l’attesa di poterlo (ri)ascoltare inscatolato in un lussuoso packaging è nulla in confronto a quella sopportata nel lungo tempo prima di poter assistere ad un suo live set (e già se ne parlò)! sto parlando certamente di Tom Waits e di questo disco che giunge a coronare il lungo tour Glitter And Doom: compressa e reclusa dentro un supporto fonografico, quella maledizione benedetta, appare ancora più vera, sanguinante e ruvida, purissima! è una memoria di questo tempo sbagliato, il segno inequivocabile che se è vero che non ci salveremo è pur vero che lo potremo fare fieramente e consci di aver vissuto lo stesso tempo di Tom Waits. perché è di questo che bisogna rendersi lieti: della fortuna di poter ponderare la statura di questo artista, la capacità che ha avuto di portarci in luoghi dove non avremmo mai immaginato giungere! e lo scrivo con un sorriso beato sulle labbra, che non si vede, e che lascio immaginare!

glitter and doom

Glitter And Doom esce per la fidata Anti: lo ascolto e mi vieto di tentare una qualsiasi descrizione! mi assoggetto allo stupore: questo sì! e alla vanagloriosa ed egoistica gratificazione di aver potuto accedere a questo postribolo di suono e poesia sbagliata!
17 grumi di suono iconoclasta e perverso, 17 canzoni monumentali e sporche! sature e così lontano dalla mediocrità che viene voglia di seguirle e definitivamente perdersi lì dentro! ma c’è una sorpresa: come la polverina dorata che Waits estrae dal cilindro! c’è un secondo disco, ed è il collage di alcuni di quegli istanti affabulatori in cui Tom Waits prende le distanze da ogni cosa:

...racconta e straparla, si vaneggia e pavoneggia, temporeggia, gigioneggia, cazzeggia, rocambola e istrionizza raccontando storiellette esilaranti di avvoltoi affamati, zuppe d’alfabeti, ratti che si consumano i denti, elefanti indiani con le campanelle al naso, leggi dell’Oklahoma, gamberetti egoisti, pappagallini chiacchieroni, turni di notte, strani disturbi estivi, insetti, odore della Luna, frittate di uova di struzzo, Sara Bernhardt, Barnum, schiacciamosche, Neil Armstrong, Buzz Aldrin, feti di maiali, bagagli perduti, maschi e femmine di ragno, 250 milioni di spermatozoi, limone sul pesce, preservativi, cellulari che fanno foto, occhiali e biciclette. Insomma tutto ciò che veramente, unicamente importa nella vita. (…) E’ per fan, solo per fan, questo disco, certo; ma non è la vita stessa, a essere solo per fan? (Stefano I. Bianchi, Blow Up #138)

si chiama Tom Tales e sono 35 minuti di un delirio lucido e splendido. l’inglese è sputato e masticato ma vale la pena scervellarsi nella comprensione: si otterrà la chiave per leggere a ritroso una carriera irripetibile e il (non) segreto di una semplicità disarmante! il disco è in uscita il 23 novembre! nell’attesa di poterlo far ruzzolare nelle mani come il souvenir di un tempo che è valso la pena vivere, mi permetto di regalarmi un biglietto per il circo…

Tom Waits Glitter And Doom Live


ho fra le mani e sfoglio un catalogo ponderoso di quasi 200 pagine. sfoglio e bramo di ascoltare (se non proprio di possedere) un numero considerevole di incisioni, registrazioni e letture edite e pubblicizzate in questi fogli. e mentre sfoglio torna alla mente un tempo in cui fanzine, fotocopie (ciclostili), francobolli e cassette registrate rappresentavano la carboneria della mia educazione musicale. oggi tutto ciò è probabilmente fuori sincrono (fuori moda? fuori catalogo?) e forse proprio per questo ancora più intrigante!
patrick_fremeaux_claude_colombiniFrémeaux & Associés rappresenta un vero e proprio monumento nazionale della cultura editoriale francese. Patrick Frèmeaux e Claude Colombini (nella foto) sono i fondatori di questo tempio che loro stessi definiscono notre mémoire collective, oppure, a giudizio di altri: l’éditeur de référence du patrimoine musical et de la Libraire Sonore!
stiamo parlando della cultura generale tout court, di quella francese, s’intende! memoria e tradizione, letteratura e storia, musica e ambizione culturale globale (o coloniale). credo sia bastante un poco di conoscenza dei cugini d’oltralpe, del loro sciovinismo e della serietà con la quale intraprendono i loro percorsi culturali (qualcuno ha mai ascoltato France Culture?) per immaginare il mastodontico e meticoloso lavoro che sta scolgendo questa etichetta!
ma forse, per esplicare meglio, sarebbe bene dare uno sguardo al sito, potrebbero apparire per incanto nomi e volti non proprio sconosciuti: Albert Camus che legge L’étranger, Louis-Ferdinand Céline che racconta e canta (!?!) oppure Jean Cocteau in nombreux (numerosi… e spumeggianti) inediti!

DjangoCD20IntegraleUGvolendo poi attenersi solamente alla musica, che è poi colei è mi fa bramare e sognare, non sarà certo facile valutare la profondità di questo pozzo di San Patrizio: le origini della chanson e del jazz manouche, il cabaret e il music hall. alcuni esempi? sto parlando dell’opera integrale di Django Reinhardt, di Charles Trenét o di Henri Salvador! e poi tanti altri interpreti della canzone francese mescolati a musica creola e afroamericana, gospel e spiritual, registrazioni sonore di tropicalismi lontani e approfondite antologie di ricerca e approfondimento
se proprio debbo trovare un neo a questa cornucopia di meraviglie direi che non v’è la possibilità di ascoltare i brani, di avere un piccolo preascolto, a meno che non ci si colleghi in streaming con Radio France con la quale Frémeaux & Associés vanta una lunghissima collaborazione!

Frémeaux & Associés logo piccolo

Plus que jamais, le catologue Frémeaux & Associés offre aujourd’hui – par le non déréférencement de ses produits – une diversité culturelle qui s’oppose à la réduction quantitative des œuvres et produits mis à la disposition du public.
dichiarazione d’intenti messa ad incipit del catalogo che sto sfogliando, alla quale, senza dubitare, non si può che annuire consenzienti!
Frémeaux & Associés catalogueora, se qualcuno si fosse incuriosito a dovere, suggerisco di fare ciò che io stesso ho fatto: compilare diligentemente il modulo online per il recapito cartaceo di cotanto catalogo. in men che non si dica un solerte postino giungerà alla vostra buca delle lettere, e, senza esitare, depositerà in essa questa collezione di delizie sonore. se poi si vorrà si potranno fare acquisti o acquisire suggestioni per strenne natalizie di imminente ambascia. di certo sarà un poco come tornare a qualche anno addietro, assaporando l’avvenire che fu e rimirando il luccichio che riverbera la memoria sul futuro!


…ar Sor Ettore, e a mi Nonno Rinaldo con amore!

Petrolini 1

Tra un frizzo e un lazzo mi sollazzo…
ma l’amor mio… ma l’amor mio non muore!

L’anno solare (o lunare?) 2009 sta per volgere al termine, mancano appena due lune, ma ora che la guardo meglio… gibbosa e crescente… puttana, malandrina e paracula come è stanotte la Luna, mi sa tanto che la seconda si riempirà nel 2010! Il Centenario 1909-2009 della nascita del Futurismo volge al termine, e ‘l mio languido desìo di vedere una bella mostra antologica sul Futurismo di Ettore Petrolini non vede luce… e neanche bagliori da lontano. Ma è mai possibile che tutti questi Incurabili Curatori che si sono presi cura durante tutto l’anno di mostrare il Futurismo si siano dimenticati der Sor Ettore?
Sapete, miei cari Incurabili Curatori da che cosa siete affetti? Dalla noncuranza: Voi siete solo Incurabili Curatori Noncuranti! Ecco cosa siete! Ma io non mi curo certo di Voi: Io non ci tengo, e nè ci tesi mai! (op. cit.)
Perfino la curatrice (nonché ricca ereditiera!) Francesca Barbi Marinetti, nipote del ben più noto Filippo Tommaso, che nella vita è storica dell’arte ed è divenuta a sua volta promotrice di eventi futuristi quest’anno ha preferito dedicarsi al fotodinamismo futurista di Anton Giulio Bragaglia, o meglio ad una sua seguace attuale, tale Rosetta Messori, curandone una personale dal nome Vibrazioni Luminose alla quale, per mera curiosità personale mi sono recato.
Bene… Illustre Barbie (ti rispondo proprio come farebbe il Maestro!): Se proprio hai deciso di far vendere un po’ di quelle “fotografie sfocate” per far alzare le quotazioni delle Rosette, sappi pure che noi del Popolo Sovrano amiamo il pane casereccio, pertanto ti consiglio di mirare le “tue operazioni di marketing” verso una fascia benestante di potenziali compratori, ma fai attenzione che non siano presbiti, mira solo sui miopi… così, magari da lontano, per un contrappasso ottico, riusciranno almeno loro a metterle a fuoco!!!
Io, Illustre Barbie, per quanto mi riguarda, credo di riuscirle a mettere a fuoco solo con un Prospero, che non è il mio amico Agazio rosso di pelo, e nemmeno il protagonista della Tempesta di Shakespeare, ma solo uno Svedese, un cerino… un fiammifero insomma!!

Fortunello

Ma passiamo a cose serie, al Futurismo vero di Petrolini, a Nerone, a Fortunello, al Sor Capanna, a Giggi er bullo, Paggio Fernando, Gastone, Amleto, e ad Ambrogio co’ tutti i salamini…
E se ‘sti Curatori se sò scordati de Petrolini… Tu non te ne curar, o Ettore mio caro, che ci son Costantino e Rinaldo Tuoi qua che ti sorreggono insino alla morte, insino alla venuta della Commare Angina (pectoris)… In ginocchioni… Solennemente te lo giuriamo! Che ce possino cecà!!! Del resto anche tu fai parte di quei miei tanti sogni nel cassetto… Sarà pé questo che nun trovo mai le mutande?
Bene… Benone… Benissimo!! E dopo aver sputato ‘sto bel rospo, ditemi Voi se avete mai visto qualcosa di più irriverente nei confronti del potere di queste sequenze, girate in pieno ventennio fascista… Nerone e il popolo:

Sembrerebbe che perfino “er capoccione” ne andava matto (autocelebrazione dell’idiozia!), a tal punto che decise di farlo premiare con una medaglia, e durante la cerimonia di premiazione il Maestro gli rispose: “E Io Me Ne Fregio!” Semplicemente geniale! Ma l’opera che io reputo decisamente più futurista (cara Barbie) di tutte quante, è sicuramente Fortunello… in tutto ciò che sono! Lo stesso Filippo Tommaso Marinetti definì Fortunello “il più difficilmente analizzabile dei capolavori petroliniani”, esaltandone “il ritmo meccanico e motoristico” ed il teuff-teuff martellante di assurdità e di rime grottesche”.

Vorrei tanto dilungarmi sulla vita e sulle opere letterarie che il Maestro Ettore Petrolini ci ha lasciato, ma il mio editor poi mi dice sempre che sono troppo lungo… mi domando poi come fa a sapere ”certe cose”! Un altro personaggio petroliniano imbevuto zuppo di Futurismo è sicuramente Lui… il Bell’attore fotogenico di quegli anni, affranto, compunto, pallido di cipria e di Vizio, il fine dicitore ricercato nel parlare, ricercato nel vestire, ricercato da la Questura… Gastone!

Purtroppo il grande Ettore Petrolini è scomparso appena cinquantenne, a causa (come diceva lui) della Sora Flebite e della Commare Angina, sembrerebbe che al suo capezzale, quando vide arrivare il prete con in mano l’olio santo, esclamò con un filo di voce: “E mo’ sì che so’ fritto!”, giocando anche lì, come fece durante tutta la sua vita col potere e col destino con una vena comica senza precedenti. La tomba di Ettore Petrolini si trova al cimitero monumentale del Verano a Roma, fu completamente distrutta durante gli infami bombardamenti (degli alleati!) di San Lorenzo, fu ricostruita dal Comune, guidato allora dal
primo Sindaco democristiano Salvatore Rebecchini, ma con una grave modifica: prima, sotto al busto, c’era una frase voluta dal grande Trilussa in persona. Diceva così:

“Creò osservando ed eternò ridendo”

Poi chissà perchè la dedica fu cambiata: “Dalla bocca sua cantò il popolo di Roma”. Petrolini, al tempo del bombardamento era morto da sette anni. Se ne andò il 29 giugno del 1936, giorno di San Pietro e Paolo. Il Frac lo aveva voluto anche nella tomba perchè gli piaceva proprio tanto.“Ci giravo in casa fin da piccolo” raccontava “e mi prendevano in giro dicendo che sembravo ‘na cornacchia!”

tomba e busto di Ettore PetroliniUna curiosità che volevo aggiungere: nell’immediato dopoguerra, alla fine di uno spettacolo teatrale tenutosi al Teatro Brancaccio a Roma che vedeva protagonista l’indimenticabile Anna Magnani (Nannarella); dopo i ringraziamenti Nannarella uscì dalle quinte, e sotto un occhio de bove, davanti agli spettatori basiti, intonò questo stornello romanesco:

Sor Sindaco de Roma… Re de’ Becchini!
Aridatece la tomba… de Petrolini!

Avete mai visto Anna Magnani cantare uno stornello? Beh, tenetevi forte, e immaginate pure la scena del teatro!

Anch’io, assai più modestamente, mi sono sentito in dovere di scrivere un piccolo stornello romanesco all’attuale Sindaco di Roma… E allora… Attacca Carcidò!

Sor Sindaco de Roma …Sor Alemanno
Aridatece (la scritta de) Trilussa …M’ariccommanno!

E non escludo neppure la possibilità che io riesca a dirglielo (…e cantarglielo!) proprio di persona, io, mio nonno ed altre impavide persone; del resto ci stiamo lavorando. Ma ne riparleremo a tempi debiti… cioè prossimamente!!!

Petrolini ringrazia

Innumerevoli sono stati i cantanti e gli attori che si sono rifatti all’arte e alle opere del grande Ettore Petolini, voglio ricordarne almeno tre, che a mio modesto avviso, sono quelli che hanno saputo ricalcare al meglio l’Arte del Grande maestro: Mario Scaccia, Fiorenzo Fiorentini e Gigi Proietti… ma ho deciso di lasciarvi con un Grande Cantante e Attore Comico che si è prepotentemente impossessato della scena italiota negli ultimi anni. Direttamente dai Caffè Concerto, il Sovrano dell’Operetta, il Principe dei Cafè Chantant!

Così è l’amore che viene e và!
Gioia e Dolore sempre ci dà!


mi è difficile principiare un qualsiasi approccio a descrivere la mia passione per Ugo Tognazzi! e lo è perché spesso risulta difficile parlare di ciò che si ama: ciò che so dire è che ho sempre riconosciuto in lui le stesse affinità che mi legano a quel manipolo di amici che mi porto fieramente nel cuore. medesime le debolezze e gli slanci, identiche le passioni!
in più ricordo un giorno nebbioso di un ottobre passato al quale faccio risalire la definitiva fine della mia adolescenza: c’era un aereo da prendere e un sacco di vita da lasciarsi dietro; acquistai un quotidiano da leggere in volo e mi rattristai nell’apprendere della sua scomparsa improvvisa. era il 1990 e da allora non ho ancora smesso di curiosare e di sorridere della sua esistenza e del suo lavoro!
a complicare ulteriormente le cose ci si mette pure la vastità della sua carriera: più di 140 film, un sacco di teatro e infinite apparizioni televisive! è per questo che, nascondendomi dietro l’artificio retorico che mi consente di parlare di una parte intendendo il tutto (sineddoche?), giungo a raccontare un poco della grande passione di Ugo per la cucina, ed in particolare per la maionese!

ugo tognazzi la maionese

chiunque abbia visto il film La stanza del Vescovo (Dino Risi, 1977) ricorderà Tognazzi nei panni di Temistocle Orimbelli, personaggio “ambiguo e godereccio” alle prese con le proprie frustrazioni e le proprie debolezze! in quel film, come nei tanti del suo periodo adulto, il suo personaggio e la sua persona reale si esaltavano a vicenda in un inscindibile figura italiana altissima e mediocre al medesimo tempo.
le sue interpretazioni non potevano prescindere da quella voce impastata di sigarette e vizio, di quell’eleganza contadina piena di dignità e goliardia! così, senza particolari mediazioni, finiva per reinterpretare se stesso portando sul set i suoi modi e le sue manie! così è finita nel film una piccola deviazione insignificante e ininfluente, ma decisamente alla Tognazzi: nella cena in cui Orimbelli presenta l’amico Marco Maffei alla moglie e alla cognata, fa improvvisamente la sua comparsa la maionese!

Tognazzi era questo: amabile e scorretto al medesimo tempo. Roberto Buffagni, nel suo La Supercazzola (Istruzioni per l’Ugo), lo stigmatizza così: “Ugo è infatti il massimo interprete di due qualità umane e italiane apparentemente contraddittorie: l’innocenza e l’indecenza.” e per fortuna, a racchiudere un poco il mare magnum di tutta questa indecente innocenza è giunto un sito internet (voluto dai figli) al quale va il mio plauso per la completezza e la sobrietà: www.ugotognazzi.com è un’acquasantiera di bellezza e irriverenza, di risate e gastronautica!

tognazzi maionese 2non sarà difficile ritrovare in quel sito ben quattro libri di Tognazzi a proposito di ricette e cucina, aneddoti e curiosità, vicende goduriose di abbuffate luculliane. nella sua villa di Velletri campeggiava in cucina un enorme frigorifero a parete con bianchi sportelli panciuti. Questo frigorifero è la mia cappella di famiglia! amava ripetere lo stesso Tognazzi. per dovere di cronaca è lo stesso frigorifero che compare nel film Dillinger è morto (Marco Ferreri, 1969) mentre Michel Piccoli, nella cucina di casa Tognazzi, si prepara un cena solitaria. e se si cita Marco Ferreri e Michel Piccoli non si può non finire al film gastronomico per antonomasia: La Grande Bouffe! ma sono dell’avviso che non sia un blog il luogo idoneo per disquisire di questo film: più adeguata sarebbe una bella tavola, fra bottiglie e calici, vivande e chiacchere interminabili!

tornerei alla maionese! curiosando nel sito mi imbatto in alcuni brani musicali interpretati da Tognazzi: con mia straordinaria sorpresa scopro una canzone che parte con funky un poco blando fra il (sof)friggere di una puntina e la voce assai black di Tognazzi…

Maionese è un ricettacolo di doppi sensi che racchiude in poco spazio la visione romantica e iscindibile che lega la cucina e la sensualità. Tognazzi è straordinario nel prendersi in giro e nel giocare il ruolo innocente e indecente (appunto) del cuoco seduttore! ma non sfugga il refrain alquanto veritiero: perché la maionese è irresistibile / la voglio sempre in tavola / è la cosa che mi piace di più!
grazie Ugo, buona appetito!


DMCA

27Ott09

in data 26 ottobre 2009 ricevo una comunicazione da parte dello staff di WordPress relativa ad un mio post di qualche giorno addietro: Yoñlu (fra) Dylan (e) Cohen! mi avvertono di una notifica di violazione sul copyright a loro giunta da parte della DMCA! post classificato come privato e a tutti gli effetti bloccato, blog inabilitato a qualsiasi tipo di editazione e richiesta di comunicazione immediata con lo staff direttivo di WordPress!

sulle prime non ho ben capito se dovevo essere spaventato oppure orgoglioso di tanto interesse! poi ho capito dove stava il problema: in quel post erano (volutamente) linkati gli indirizzi per scaricare i tre dischi in questione (fra i quali l’ultimo di Dylan). una rapida esplorazione fra rete e fonti mi ha permesso di capire che era proprio la strenna natalizia del menestrello di Duluth l’oggetto che aveva attratto tanto interesse (e astio iracondo)! un paio di mail cordiali con lo staff di WordPress e la promessa (a mo’ di scolaro riammesso a scuola dopo una sospensione) di cancellazione di quel post!
se qualcuno si stesse chiedendo per cosa stia l’acronimo DMCA glielo svelo subito: Digital Millennium Copyright Act! senza rispolverare qui questioni già discusse in passato ho educatamente obbedito e mi è però soggiunto un pensiero buffo: proprio Dylan vo’ dicendomi! quello di The Times They Are A-Changin’! evidentemente i tempi non sono ancora maturi affinchè questi signori possano capire che vanno combattendo una battaglia che loro stessi hanno voluto perdere! vabbè… ma siccome le mie parole sono ben più importanti delle loro censure ho deciso di ricopiare diligentemente quel post (in questo): omettendo naturalmente quei link incriminati, va da sè, ma se qualcuno volesse sapere di quali link si trattava è bastante che mi scriva alla mail qui a fianco!

Yoñlu (fra) Dylan (e) Cohen

la casualità nasconde sempre un mistero! non credendo alla casistica o al fato, a indistruttibili tesi devozionali o monoteismi di ogni sorta, mi rifugio solitamente nel labile raziocinio e tento di tirarci fuori uno straccio di senso, buono per l’istante e friabile al corso degli eventi! ne nascono tesi bizzarre e pressoché inutili dietro le quali costruisco una scuola di pensiero che non avrà discepoli o seguaci.
di questo ragionavo proprio mentre mi vedo giungere contemporaneamente tre dischi, nel medesimo spazio di un pomeriggio di uno stesso giorno. casualità o chissà che altro? i pensieri si aggrovigliano agli ascolti, i motivi nascosti dietro in fila indiana e punti interrogativi ed ipotesi a germogliare come verze! che ci farà mai l’esistenza interrotta e gracile di un ragazzino brasiliano nel bel mezzo delle rughe e dei brontolìi di due dinosauri della canzone? una geometria spuria, un podio senza gradini, un triangolo scaleno?
A Society in Which No Tear Is Shed Is Inconceivably MediocreYoñlu è il nickname che scelse Vinicius Gageiro Marques per intraprendere il suo cammino dentro una rete globale che si è rivelata principio e definitiva cristallizazione della sua esistenza in divenire. la sua vicenda, tanto tragica quanto metaforica, rappresenta probabilmente il primo caso di partenogenesi della rete. un talento geniale e sapiente che dalla rete ha ricevuto tanto quanto le ha donato, esistendo in essa e ad essa affidando ogni afflato di creazione e memoria. Porto Alegre la sua città, il Brasile la sua culla. multistrumentista e poliglotta, la scaltrezza di un hacker e il gusto splendido e acerbo dell’adolescenza. tracce casalinghe registrate e gettate in rete, ballate, pasticci tropicalisti, rumorismi e una voce già adulta e conscia. non sarà difficile riconoscere affinità e passioni del ragazzo e neppure stupirsi della sua matura manualità con la materia musicale. David Byrne e la sua Luaka Bop avranno di certo annusato la parentela che lega questo virgulto del genio sudamericano con le attitudini dell’etichetta: è nato così A Society in Which No Tear Is Shed Is Inconceivably Mediocre (un plauso al titolo), insieme debutto e definitiva eredità di una genialità fotografata nel suo gesto primigenio!

chissà come e perché questo giovanotto arriva dalle mie parti assieme a due palafrenieri della canzone? quale il nesso?
Leonard Cohen
e Bob Dylan come numi tutelari o come parabole compiute di quel talento di cui Yoñlu ha incarnato solo il principio? testimoni ed esempio fulgido di cosa sarebbe potuto essere…
frontnel 1970 all’Isola di Wight, Cohen aveva barba e capelli incolti, un’impermeabile blasè da esploratore di savane metropolitane e l’attitudine freak che in quel tempo contagiò chiunque. svogliato e malinconico anche l’approccio fra preghiere e prese di coscienza, pronto a sfottere se stesso e il pubblico. sentimentalismi da amore cosmico e ensemble musicale da comune aperta: ma più che l’età adulta (36 allora) furono le sue canzoni a stagliarlo netto nel contrasto con la scena che lo circondava. canzoni di una solidità marmorea che con il senno di allora sono giunte fino a questo 2009 e ancora altra strada hanno di fronte. il disco, acustico e bellissimo, è l’ennesimo breviario di medesime preghiere, conosciute e mandate a memoria, eppure splendide e straordinarie a collocarsi in un luogo dove forse il tempo non ha più diritto di legislazione.

Cohen che giunge da un lontano 1970, Dylan che si appropria del prossimo Natale raccontando dei suoi precedenti ed il piccolo Yoñlu che decide di congelare al freddo del tempo le sue fragili composizioni. assieme e nel medesimo istante del mio tempo: una casualità? o piuttosto una trinità simbolica?

Bob Dylan - Christmas in the HeartBob Dylan si nasconde dietro la benificenza per gratificare un suo sogno inconfessabile: cantare le canzoni che ha ascoltato nell’infanzia dei suoi Natali! ricantarle con i campanelli, i cori e tutta la melensaggine che di solito le accompagnano, ma attenzione: questo è Bob Dylan! è pur sempre il testardo bastian contrario, quello pronto a fare esattamente ciò che non ci si aspetta da lui: e allora eccolo riprendere 15 classici di Santa Claus e sporcare il candore della neve con la sua voce e la sua andatura sghemba. Christmas In The Heart è esattamente ciò dovrebbe essere: canzoni natalizie, tutto qui! le critiche ed i delatori faticano un poco a farsi ascoltare… è di pochi mesi fa l’ultimo disco di Dylan e non mi pare si possa discutere: perchè dunque pretendere da questa ennesima strenne che ci venga raccontato qualcosa del Natale che in realtà non esiste! ciò che esiste è la trita tradizione, e la tradizione ha quel suono e quell’apparato caramelloso irrinunciabile: ma a ben auscultre (a parer mio) vi sono pure felici intuizioni e gradevoli pensate sul piano degli arrangiamenti!
ammessa dunque la lodevole causa che va a sostenere, ammesso pure che non vi era esatta necessita di un’ennesima raccolta natalizia e dato per assodato che ogni disco di Dylan da qui a venire sarà da prendere come manna: sommando l’ordine di questi fattori mi rallegro per questo disco e mi allieto all’idea che non si finisce mai di sorprendersi e di fallare (come fa Dylan amrevolmente).

Yoñlu (fra) Dylan (e) Cohen: mi scervello per risolvere la sciarada della casualità, e nel mentro ci ragiono, me ne rallegro e la chiamo epifania. se qualcuno ha altre idee son pronto ad ascoltare…


in una futile e possibile classificazione delle genti di questo mondo si potrebbe giungere a dire che da una parte stiano coloro che, fortunati e in procinto di letizia, non conoscono la collana discografica Ethiopiques, e dall’altra, adepti e beati, coloro che si deliziano al suono di cotanta meraviglia. giocosa provocazione questa, utile solo a determinare la mia posizione assai più vicina ai secondi, ma incompleta e parziale per mancanza di tutti i necessari 23 (tanti i volumi della raccolta) comandamenti!
ed è proprio l’undicesimo che mi mancava! 11: numero primo e palindromo, numero in fuga verso l’alto e gemello per partenogesi. 11 come il numero del volume che Francis Falceto (e la sua Buda Musique) hanno voluto dedicare completamente ad uno strumento più vecchio del mondo e al suo interprete più autorevole!

ethiopiquesvolume11_101béthiopiques 11 Alèmu Aga The Harp of King David è giunto come un’epifania nella mia vita; a tarda notte e per mano di un amico che conosce i miei chakra musicali. protagonista di questo disco è il suono e la rivelazione dello strumento che prende il nome di bèguèna (o begena) e la maestrìa con cui Alèmu Aga ne tocca le corde e si accompagna con il canto.
strumento antichissimo la cui storia si perde nel tempo e nella leggenda: più propriamente un liuto conosciuto con il nome di arpa del Re David, dal nome di quel David (quello contro Golia) che la pizzicava per curare l’insonnia del suo mentore Saul. di certo è riconosciuto come lo strumento più vecchio d’Etiopia: legno per il telaio, budello per le corde e pelo di bestia per foderarlo! gli stessi materiali che ci si poteva procurare 3000 anni addietro, tanti infatti ne conta l’anzianità di questo patriarca musicale nella terra patriarcale della civiltà, quel corno d’Africa che fu culla e principio.

ethiopiques004la rivelazione, ancor più che dal blasone, giunge dall’ascolto. un suono primordiale, scarnificato ed essenziale in bilico fra limitata melodia e abbozzi armonici. cinque sole le corde pizzicate con la mano sinistra, cinque corde senza intonazione che producono un suono basso e ventrale accompagnato dal buzz (leggera distorsione, vibrazione) tipico dello strumento. memoria ancestrale di una perpetuazione vibrata nel tempo: un tempo che di fronte a questa immutabilità appare fermo e medesimo, dopo 3000 anni.
ad accompagnare questo suono la voce del maestro Alèmu Aga. voce intima e introflessa, al ritmo di respiro, idonea a salmodiare delle preghiere o delle meditazioni sulla futilità della vita o sull’ineluttabilità della morte. la lingua amarica ha le rotondità e le asperità del mondo, dolcezza e rudezza assieme. lingua calda per narrare e pregare, cantare e meditare.

ethiopiques005Alèqa Tèssèmma Wèldè-Emmanuel, maestro di Alèmu Aga, morì il 23 ottobre 1992 alla veneranda età di 109 anni. non so quale fosse il segreto della sua longevità, ma di certo quest’ultima lo ha apparentato in qualche modo allo strumento di cui si fece portatore di sapienza. mi auguro produca gli stessi effetti anche sugli auditori.
di certo il suono di questo disco è ipnotico e taumaturgico, una farmacopea spirituale d’antica sapienza, una litania che ciascuno apparecchierà con il proprio credo o con i propri pensieri. oppure, facendo nostro l’intento primario di Davide, che di giganti e sonni elefanti si occupava, potremmo lasciarci condurre nel sonno e nel suo mondo da questo balsamo che assomiglia ad una vera ninna nanna per adulti! mi sono sbilanciato oltremodo in facilonerie o scempiaggini da occidentale incapace di abbracciare a pieno il mistero di un suono lontano nel tempo e nello spazio. me ne scuso di certo! me ne scuso ma consiglio l’ascolto di questa epifania, ciascuno poi saprà farne l’uso più consono alle proprie attitudini.

éthiopiques 11 Alèmu Aga The Harp of King David


mi piace pensare che da qualche parte nel mio sangue abiti ancora una qualche discendenza mediorientale!
naturalmente non v’è nessuna prova provata e direi che l’ipotesi abita con serenità dalle parti dell’assurdo. tesi dunque impossibile da dimostrare e proprio per questo foriera di assurde congetture. anche se fosse, mi dico, non sposterebbe di un grammo la bilancia della mia esistenza. eppure – perché c’è sempre un eppure – da qualche parte del mio sangue qualcosa coagula e discioglie ogniqualvolta sento il suono di un’oud! un richiamo atavico di riconoscenza, un déjà vu sonoro impalpabile di appartenenza: magari sono solo fisiche consonanze timbriche o quel senso di altrove a cui costantemente bramo! non so!
l’antico liuto arabo mi tira per il bavero della giacca, mi rapisce l’attenzione. in qualche modo lo cerco e lo fuggo e fingo di non seguire le carriere dei tre grandi maestri viventi riconosciuti ed apprezzati in questo occidente lontano: Dhafer Youssef, Rabih Abou-Khalil (di cui già parlai) e Anouar Brahem. di quest’ultimo è appena uscito l’ultimo lavoro per l’ECM ed il mio riflesso condizionato mi ha portato laddove un richiamo più forte attirava globuli e piastrine!

anouer brahemAnour Brahem The Astounding Eyes Of Rita (ECM 2075, 2009) è dedicato alla memoria di Mahmoud Darwish, poeta e scrittore palestinese recentemente scomparso. suo il verso che da il titolo al disco e (probabilmente) sue le suggestioni che hanno riportato Brahem ad una consuetudine sonora più fedele alla tradizione abbandonando derive jazz e di ricerca. a definire il perimetro di questo disco è un quartetto, il confine ed il terreno di questo suono. oltre l’oud di Brahem c’è il basso (ahimè elettrico) di Björn Meyer, le percussioni (darbouka, bendir) del fidato Khaled Yassine e lo stupore del clarinetto basso di Klaus Gesing. ho espresso meraviglia proprio perchè è proprio la consonanza fra clarinetto basso e oud ha creare un profumo inconfondibile e una trama di lana antica. suono profondo e ventrale, suono lontano di sabbia e movenze lente, suono di transumanza!

the astounding eyes of ritadietro i bottoni la consueta mano (lo zampino?) di Manfred Eicher, padre padrone dell’ECM e mammasantissima di un’idea musicale che ha contagiato gli ultimi 40 anni. a lui si deve la creazione di questo ensemble e l’assemblaggio di questo quartetto. a lui si deve tanta di quella roba che bisognerebbe togliersi il cappello (scappellarsi?) ad ogni suo passaggio. lui croce e delizia di un suono che ha già adulatori e bestemmiatori in egual misura.
magari si potrebbe tornare su questo discorso in seguito. non ora. per oggi, primo vero giorno d’autunno, un thé caldo e questo suono sono bastanti a portare via, un poco oltre, a far scuotere la memoria e fluire il sangue (mediorientale)…

Anouar Brahem The Astounding Eyes Of Rita


parecchi anni addietro, appena appresi i primi rudimenti di informatica applicabile alla musica, iniziai a favoleggiare improbabili possibilità di sviluppo di software o ipotesi recondite di fruizioni diverse e differenti. mi bastò allora il concetto antelucano di database per ripensare il mio concetto binario di catalogazione e intraprendere oniriche possibilità di ascolto. pensavo ad un futuro in cui tutta la musica che amavo sarebbe stata a mia disposizione, facilmente raggiungibile nei meandri della mia discoteca e – qui risiedeva l’immaginifico – ordinabile secondo diversi e variabili parametri. arrivai persino a pensare che si sarebbe potuti giungere ad una mente, a noi medesimi singolarmente parallela, che compredesse esattamente che cosa ci saremmo aspettati di ascoltare di lì a qualche istante e che tempestivamente provvedesse per noi.
avevo una strana fiducia nel silicio! fantasticavo di un dj taumaturgico che sferzasse o lenisse i nostri gangli nervosi, che capisse per tempo se fosse necessaria una languida ballad o il funk più selvaggio. un santone tecnologico a noi votato che inventasse una farmacopea musicale, un barometro umorale che si adeguasse al nostro sangue, al meteo, o ai cicli lunari, e che ci sciorinasse l’esatta musica dell’esatto istante, il balsamo acustico per ristabilire il ph sonoro del nostro organismo!

frequenzeevidentemente esageravo! per lo meno nella seconda parte del mio sogno, e anzi oggi mi auspico davvero che nessun Hal 9000 giunga mai a decidere in mia vece che cosa debba o non debba ascoltare. ma non sbagliavo quando immaginavo quell’enorme database in grado oggi di raccogliere molta più musica di quanta ne potremo mai ascoltare. il mio iPod o il monolitico hardisk risultano mostruosi se paragonati alle mie reali possibilità temporali d’ascolto.
ma non ho smesso di sognare e neppure di immaginare, con la consapevolezza di un ottobre del 2009 e la blanda disillusione della mia età. l’onirico prende oggi le strade impervie del mondo arrivando ad abbracciarlo tutto con la stessa indole immaginifica che possedevo nella mia adolescenza. la raggiungibilità dei luoghi e delle informazioni, attraverso la rete,  risulta quasi spaventosa e allo stesso modo la capacità di captare le onde e i flussi dell’etere che circondano e circolano per il globo terracqueo!

autoradioieri ero al volante della mi auto e pensavo a quanto tempo passerà prima che ci parrà normale possedere autoradio sintonizzabili (in modalità) wireless con qualsiasi radio presente sulla rete! non credo davvero molto! sarà curioso guidare attraverso le piane padane e ascoltare le info sul traffico a Saigon, una radio uruguagia che farnetica rumbe mentre siamo in fila per immetterci nella complanare o la chiamata del muezzin mentre ci rechiamo alla sagra di una porchetta qualsiasi!

Immagine 1in attesa, ed in preparazione, di questo tempo che non tarderà a venire, consiglio vivamente di annotare la “frequenza! di questa radio: Venerable Music e la sua succedanea Venerable Radio! dedicata a tutti generi di musica dell’era dei 78 giri: così recita il jingle! una rapida occhiata sarà bastante a comprendere e assai più esaustiva di ogni mia spiegazione! un sito che si occupa della vendita e della diffusione di veri e propri tesori della cultura occidentale (americana), musiche più o meno in procinto di compiere il secolo d’età. il sito e dettagliatissimo, le scalette precise e puntuali nel rimandare al catalogo di una serie di etichette che da tempo albergano nel mio cuore nostalgico e appassionato di questi suoni: Document Records, Dust To Digital, Yazoo Records, Smithsonians Folkways e Rounder Records! un vero e proprio paradiso d’etere inimmaginabile!
il viaggio che ne risulterà sarà temporale e spaziale! doppiamente temporale e spaziale: in un futuro prossimo venturo ascoltando il suono del secolo scorso e muovendosi in uno sogno americano apparentemente intatto e ancora indolore! è una pura ipotesi o se si vuole una concreta realtà, o forse solamente una suggestione da parte di chi ancora non rinuncia a sognare suoni!


Fabio mi appare al mattino nelle sembianze dell’arcangelo Gabriele. mi porta una novella attesa e segretamente bramata, di quelle che non si osa pronunciare per paura di vederla svanire sotto le grinfie del desiderio. Fabio non discende dall’alto come le sacre scritture prevederebbero, ma piuttosto risale dall’oscuro e dal blasfemo che ha dato vita a questa buona (e impura) nuova!
la rete aveva diffuso avvisaglie sulfuree, un tam tam sottocutaneo e segreto che si diffondeva come vaiolo fra coloro che da questa sacerdotessa erano già stati infettati. l’esistenza di un disco nascosto e completamente inedito induceva saliva e bramosìa.
Light in the Attic è l’etichetta responsabile di aver traghettato questo lavoro dall’oblio impervio del tempo alla luce abbacinante ed idiota di questi duemila(quasi)dieci! dopo aver ristampato i precedenti lavori degli anni ‘70 ecco l’epifania targata 1976…

Betty Davis - Is It Love or Desire

Betty Davis Is It Love Or Desire arriva dritto dritto dai nastri originali dell’epoca: 1976, ripeto! a quel tempo e a quel suono deve la straordinaria carica selvatica, l’irriverenza e la bestialità del funky! Betty Davis è il funky, lo dissi due anni e mezzo or sono e non temo di smentirmi oggi!
il cd (vi è pure il vinile) contiene un libretto di 32 pagine con il packaging originale dell’epoca, dettagliate note, testi (V.M.18) e foto inedite. è già partito da parte mia l’ordine d’acquisto. qualcuna di quelle foto è già visibile in rete. materiale che scotta da non far vedere al parrocco e da nascondere sotto il materasso.
il suono del disco brilla di luce purissima, la voce della Davis fa ancora arrossire le coscienze maschili e alcune linee di basso arrivano dritte fra cassa toracica e budella. materiale infiammabile e splendente: mi rallegro che il passato continui a riaprire scrigni preziosi, segno inequivocabile che la bellezza non teme il tempo e l’istinto primordiale di quel suono abbia ancora molto da divulgare alle giovini genti!
scrissi di Betty Davis circa 2 anni e mezzo addietro (come ho già detto)! mi risulta che quel post continui ad essere uno dei più visitati di questo umile blog! credo che abbia a che fare con l’intelligenza ed il gusto di chi visita questo luogo! io ne vado fiero! ed è per questo che in attesa di avere fra le mani il materiale bollente di quel disco mi permetto di donare a quei gentili visitatori la voluttà e l’indecenza che ha la pura meraviglia di questa donna e di questo disco!

Betty Davis Is It Love Or Desire


Figure1_Dionysos_and_Akme

Bacco Dioniso Libero!!

Suol di Roma, a te giungo. Io son Dïòniso, generato da Giove, e da Semèle figlia di Cadmo, a cui disciolse il grembo del folgore la fiamma. (Euripide,  Le baccanti)

Tanto per iniziare, sono figlio di padre certo: Zeus (è mi padre!). Per quanto riguarda mia madre, le versioni sono un po’ contrastanti, al punto che qualcuno ha persino fatto delle illazioni in merito: mi hanno detto che sono un figlio di m(adre)ignota! Che sfrontatezza! Ora vi racconto come sono andati i fatti: Zeus (mi padre!), Dio dell’Olimpo e di tutti gli Dei, era noto per le sue scappatelle (e non disdegnava neanche le comuni mortali… (era come me!), sua moglie (perché non è lei mia madre) Giunone, Regina degli Dei, gelosissima come tutte le donne di origine tracia, lo marcava stretto, e lo costringeva spesso a trasformarsi in un serpente, in un uccello, in un leone pur di eludere i severi controlli della moglie gelosa e di dare libero sfogo con interminabili scorribande notturne a tutti i suoi incontenibili desideri sessuali! Fu appunto durante una di queste scappatelle che Zeus (mi padre!) conobbe Semele (mi madre!). Di lei si dice fosse una mortale meravigliosa! Femmina di culo alto, callipigia e soda, dai lunghi capelli neri, prosperosa e procace! Non a caso era di Tebe… e lì, si sa, le donne… sono stupende!! Hanno i più bei lineamenti di tutto il mondo conosciuto …e Zeus (mi padre!) non se la lasciò sfuggire di certo! Certo, c’è da dire che il loro menage somigliava più a una tresca, ma del resto Semele era una donna di giovane età, e in più era la figlia di Cadmo Re di Tebe, e Zeus (sempre mi padre!) era il re degli Dei, il sovrano dell’Olimpo, il Dio del cielo e del tuono!!
Un infausto giorno Zeus (mi padre!), dopo essersi trasformato in un giaguaro per sfuggire ai controlli della moglie Giunone, andò a trovare Semele (mi madre!), la quale (sapete come vanno ‘ste cose!) gli chiese di offrirle un regalo, Zeus promise di esaudire qualsiasi desiderio della fanciulla pur di… Così ella chiese al Re degli Dei di manifestarsi in tutta la sua potenza. Zeus, disperato, fu costretto a realizzare tale richiesta e si recò quindi la volta dopo al suo cospetto armato delle sue Folgori. La giovane donna purtoppo, rimase folgorata, e per impedire che il bambino (ero già di sei mesi) venisse bruciato, Gea, la Dea della terra, fece crescere dell’edera fresca in corrispondenza del suo feto, ma Zeus (mi padre!) che non mi aveva dimenticato, incaricò Ermes di strappare il feto dal suo ventre, si fece da solo un incisione sulla coscia, mi ci cucì dentro, e quivi potei maturare per altri tre mesi e, passato il tempo necessario, uscii fuori, perfettamente vivo e formato.

Caravaggio - Bacchino malatoZeus (mi padre!) mi diede il nome di Dioniso che appunto vuol dire il “nato due volte” o anche “il fanciullo della doppia porta”. Bene, questo era tanto per puntualizzare che non sono un figlio di m(adre)ignota! Sono solo figlio dell’Amore! La mia povera, sfortunata e giovane mamma si chiamava Selème, figlia di Armonia e di Cadmo, Re di Tebe! Venni a vivere nella penisola italica molti anni orsono, a causa delle vostre viti! Mi accorsi da subito che l’eccezionale microclima, le diversità varietali, le esposizioni al sole delle vostre colline, la salinità delle vostre terre, l’escursione termica tra il giorno e la notte, tra l’estate e l’inverno avrebbero generato un Vino che migliore al mondo non ce n’era! E non ce n’è!! E fu così che mi stabilii a Roma, nel II secolo Avanti Cristo, i Romani da subito (quelli danno i soprannomi a tutti!) mi chiamarono Bacco e Libero (Liber Pater), Dio del Vino, della Vendemmia e dei Vizi!!
Iniziai a professare il mio culto (il baccanale!) da subito, e nonostante la Vostra religione Cristiana tra i piedi (e non avessi neanche una televisione!) feci da subito moltissimi adepti, di ogni ceto sociale, di ogni razza, di ogni sesso, e di ogni religione!! Furono secoli indimenticabili …stavamo sempre ‘mbriachi!! Giorno dopo giorno, anno dopo anno, per secula seculorum!! Passavamo il nostro tempo, a bere ora del Brunello di Montalcino, poi del Nobile di Montepulciano, facevamo un giro di ottimo Barbera, poi si passava all’amato Barolo, e poi ancora una coppa di Sangiovese, un calice di Aglianico, Amarone, Barbaresco, Cabernet, Chianti, Cannonau e chi più ne ha, più ne metta!! I nostri banchetti facevano invidia persino a quell’obeso di Trimalchione, i trionfi di uva Italia provenienti dall’isola di Sicilia dalle colline di Mazzarrone, e di uva Regina proveniente dalle Puglie in quel di Bari erano delle vere e proprie cerimonie dorate, i loro riflessi splendenti giallo oro sotto il sole, le foglie di vite, i pampini sparsi che ornavano i grappoloni dai grandi acini, erano una visione celestiale ai nostri occhi lucidi, rossi e avvinazzati!! E poi dopo pranzo, dopo aver fumato ottime foglie di vite stagionate, a volontà, arrivavano le Baccanti… Sì, le Mie Baccanti, Gioie della Vita mia!! Passione mai doma!! …e allora… Alè!! Si partiva tra satiri, fauni e musici, tra capre e botti, calici, coppe e otri, con interminabili baccanali a tutto volume per tutta la notte, insino all’alba, sino a quando il Dio Helios alla guida del carro del Sole, una quadriga tirata da cavalli che soffiavano fuoco dalle narici, e che trainavano il sole nel cielo ogni mattina da est a ovest, dove si trovavano i suoi due palazzi, non veniva a sorprenderci per ricordare a tutti i miei commensali che era ora di andare a lavorare nei campi, mentre Io, da buon Dio Anfitrione, nel frattempo, schiacciavo un pisolino tra le tette delle mie Baccanti in attesa di iniziare una nuova giornata!!

Lapide_Carcere_Regina_CoeliEd è stato proprio a causa  delle mie Baccanti che ora mi ritrovo qui, recluso, rinchiuso e carcerato, in una cella al terzo braccio di Regina Coeli, in via della Lungara a Roma, sul Lungotevere; sull’obbligo di custodia cautelare c’era scritto: Induzione alla prostituzione. Io? Indurre alla prostituzione le mie Baccanti? Vero è che queste feste furono nei secoli concepite dalla mentalità maschile come dei momenti licenziosi e orgiastici dove era permesso fare tutto e il contrario di tutto, il mondo femminile però, trovò una via per festeggiarmi degnamente, per festeggiare me, Bacco, Dio della fertilità, del piacere e della salute. Le Baccanti, sono coloro che sono dedite al culto di Bacco, infatti conferiscono a questo rito un significato che va oltre il momento di sfrenatezza. Esse, con le loro danze, la loro ebbrezza, la musica assordante portata al parossismo, non cercano il piacere immanente ma la trascendenza dello spirito e il suo anelito all’infinito; il piacere sessuale non è altro che la manifestazione dell’esistenza degli Dei dell’Olimpo; la loro fecondazione rivela a tutti il significato immortale della parola Madre; la loro spossatezza, infine, sottolinea che ogni conoscenza dopo la morte non è possibile, che ogni tentativo di speculazione è inutile e forse sacrilego. E io Bacco venivo invocato da queste splendide creature affinchè concedessi loro la mia gratitudine: Donne custodi del mistero della concezione e sacerdotesse di quegli eterni interrogativi dell’umanità, che sanno dare con slancio e spontaneità, voce e corpo alla gioia della vita. Io, indurre alla prostituzione le mie Baccanti? Giuro su mio padre Zeus, e su tutti gli Dei dell’Olimpo che non ho mai pagato una delle mie Baccanti!! Semmai, le ho fatte ubriacare, ma non le ho mai pagate!! E non è affatto propriamente la stessa cosa!! Perbacco!! …e io non dico menzogne (In vino veritas)! Come potrei mai? Lo volete capì sì o no che io stò ‘mbriaco dalla mattina alla sera!! Fateme uscì da qua dentro! Fateme uscì!! Oddio mio me sento male …Portateme all’Osteria!! Fateme uscì!! So’ vittima de un complotto!! …e allora Voi italici (o italioti!), che mi dite del Vostro Dio? Quello lì sì …mi sfugge sempre il nome, quello piccoletto …quer nanetto con la pelle tirata, coi tacchi alti e i capelli finti!! Come si chiama? Inizia con la B …quello sì che ve ne racconta di bugie …il piccolo dio …er dio der “gratta e vinci”!! Quello che ha detto che è stato il miglior dio degli ultimi 150 anni!!
Per Zeus (mi padre!) e tutti gli Dei dell’Olimpo!!! Ti ricordo, piccolo dio presuntuoso, che io sono il Grande Dio Bacco, io rappresento l’energia naturale che, per effetto del calore e dell’umidità, porta i frutti delle piante alla piena maturità, sono il Dio del vino, dell’ebbrezza e dell’agricoltura tutta …e sono quasi duemilacinquecentoanni che sto sulla cresta dell’onda della penisola
italica!! Hai capito chi sono? Piccolo dio recordman? Ma vuoi vedere che si sono sbagliati persona (Dio)? …Ecco perché il GUP mi faceva tutte quelle domande…”E’ mai stato in Sardegna? Conosce un paggetto lacchè che si chiama Tarantinus? Conosce Villa Grazioli? E Villa Certosa? Le escort le pagava lei? Mi dica il nome del suo stalliere …conosce Marcello Dell’Otri?”…Ora capisco tutto! …Capirai, io mi credevo che le escort fossero automobili! …Altro che automobili …quelle sò mignotte!! Né più, né meno che mignotte!! Ma come si fa a confondere le escort (mignotte!!) con le Baccanti? Come si fa a non distinguere un parrucchino da una Corona di Pampini e Uva? Ci deve essere  sicuramente lo zampino di “quei fenomeni” dei  RIS di Parma!! Fateme uscì da qua dentro!! …Sò vittima di un errore giudiziario!! …Ve sete sbagliati persona (Dio)!! …E poi quella storia della minorenne??…Certo che con un dio così …te viene spontaneo ogni tanto caccià fòri quarche ber porcoddio!! O no?
Eppoi… Quando alla sera Io …m’abbandono nel sonno al queto incanto…Sento quello spirto guerrier ch’entro mi rugge …ivi m’affaccio alla finestra …rimiro il vecchio Tevere lentamente camminar …Ripenso al Vino e alle mie Baccanti e pizzicando ‘sto bel liuto, intono così in re maggiore…

Quanta pena stasera …c’e sur fiume che fiotta così…
disgraziato chi sogna e chi spera …tutti ar monno dovemo soffrì…

E poi ancora M’Arde(r)core…

A tocchi a tocchi la campana sona …li turchi so’ arivati a la marina…
Chi c’ha le scarpe rotte le risola …le mie l’ho risolate stamatina…
Come ve posso amà?…Come ve posso amà?
S’esco da ‘sti cancelli quarcheduno me l’ha da pagà…

…e mentre m’arde er core e me rode er culo sempre m’interrogo:
Sì, vabbè …Ma “Per chi suona la campana?”

“…And therefore never send to know for whom the bell tolls.
It tolls for thee” (John Donne)

(E allora, non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te)

costantino bacco dioniso

…Se ne dicono tante sul mio conto, ma solo io conosco la verità, le altre versioni …so’ solo chiacchiere da postribolo!
(Costantino Spineti Ortometropolis)