eccomi ritornato, effettivamente ritornato!
un poco di normale straniamento, accenni di spaesamento e quantomai solita confusione. tutto normale insomma!
due settimane addietro avevo lasciato il blog annotando un appuntamento importante: nel bel mezzo c’è stato un lungo viaggio e la densità specifica che certi spostamenti arrecano. bagaglio di cose (non saprei come altro elencarle genericamente tutte) che ci si mette in spalla, buone per tutto il futuro a venire e indelebili già nel loro depositarsi. lascerò passare un poco di tempo e non tedierò con itinerari o aneddotica, perchè un poco di tempo necessita anche a me per fare chiarezza, per permettere alla materia di stratificarsi e di riemergere più limpidamente e più oltre, come acqua da una falda freatica.

mi è assai più facile invece ritornare a quella data annotata da lungo tempo sul calendario: 7 Luglio 2009, martedì!
per tutti coloro che seguono queste pagine (da vicino o da lontano), e per chi vorrà unirsi, l’invito è esteso!

concerto_tpafricaT.P. Africa Ensemble è il concilio di tre musicisti africani residenti in Italia, incontro e comunione voluta fortemente dai ragazzi (dagli amici) di T.P. Africa!
Madya Diebate dal Senegal (Casamance) alla kora, Omar Suso dal Gambia alla kora e Naby Camara dalla Guinea Conakry al balafon. e insieme tutti e tre alle voci!
prendo a prestiro le parole di Giulio Mario Rampelli per raccontare un poco di più e un poco meglio: è un’idea semplice, far suonare assieme i migliori musicisti africani residenti in Italia. Gli africani che vivono in Italia combattono quotidianamente contro le discriminazioni. L’Africa è un continente ricco di cultura, e lo sforzo necessario per riconoscerla e apprezzarla viene ampiamente ripagato. La cultura è una risorsa, uno dei principali modi in cui il popolo degli immigrati ripaga l’ospitalità a chi gliela offre.
Madya viene dalla Casamance, una regione a sud del Senegal in cui prevale l’etnia mandinka. Omar viene dalla Gambia, una piccola nazione anglofona contenuta dentro il Senegal. Anche lui è mandinka. Entrambi sono griot, e hanno una parentela stretta con la famiglia di Toumani Diabate e Ballake Sissoko. Il padre di Toumani, il leggendario Sidiki, era originario della Gambia, e quando tornava dai suoi parenti prendeva con sé Omar – che era piccolo – e lo portava con lui a suonare in giro. La kora, l’arpa a 21 corde dei mandingo, è originaria di quelle terre. A differenza dei maliani, in Gambia e in Casamance la kora si suona in modo più ritmico e percussivo, con le corde che vengono colpite e pizzicate. Naby e di etnia Sussu e viene dalla Guinea Conakry, la patria del balafon mandingo. Anche se il suo cognome è predominante nella casta dei fabbri e dei falegnami lui è un griot, suo padre suonava il balafon e sua madre è una cantante. E’ l’ultimo di undici figli, e dopo aver passato l’infanzia e l’adolescenza in Guinea si è trasferito in Senegal, dove ha suonato con i Bougarabou Ballets. Probabilmente è il miglior balafonista residente in Italia, e canta con una voce graffiata e intensa.
la musica del TP Africa Ensemble è più antica di quella di Mozart, e persino di Bach. Brani tradizionali di cui alcuni hanno molti secoli. Sono storie tramandate dai griot di padre in figlio, che narrano dell’impero mandingo e dei suoi eroi. E’ musica classica africana, e per riconoscerne il valore sono necessari curiosità, sensibilità e amore per la cultura.

ecco un video del concerto romano del 15 maggio realizzato (e tratto) da T.P. Africa

sono felice di aver contrubuito all’organizzazione di questo evento, ma i veri ringraziamenti vanno al Comune di Russi che ha reso disponibili risorse e spazi, all’Associazione Culturale Favela Chic (facebook) che ha creduto nell’iniziativa e agli amici di T.P. Africa che non hanno esitato un solo istante a tuffarsi nell’avventura. sarà l’occasione di ritrovarsi tutti nella splendida cornice del Palazzo San Giacomo di Russi (qui). io, ovviamente, ci sarò!

T.P. Africa Ensemble
7 Luglio 2009 – ore 21
Palazzo San Giacomo, Russi (Ravenna)
ingresso gratuito


credo sia giunto quel giusto tempo in cui è bene fermarsi e prendere una pausa, una sospensione. credo le chiamino ferie. più o meno quelle! e sono tali solo se prevedono un allontanamento, un dislocamento, uno scarto. il mio spazio da coprire è verso i balcani, senza una meta precisa, senza itinerario e senza fretta. qualcosa ha chiamato da laggiù, antiche voci e più recenti boati. dall’altra parte di questo mare di fronte, una vicinanza e una curiosità da colmare.

BalcaniFisicacon me prende una pausa anche questo blog. penserò pure a lui. a nuove opportunità, a diversi sviluppi, a qualcosa d’altro. ma anche no!
come sempre, oltre al blog, tante idee abbozzate, progetti abortiti e slanci inutili e fruttuosi in mezzo a pensieri, ripensamenti, inceppi ed incertezze. e gioie, pure (nel senso di avverbio). credo la chiamìno vita, appena ne scopro un poco oltre provo a dire, insomma …forse un giorno meglio mi spiegherò!

lascio qui a fianco (panoptikum) uno dei dischi più vivi che mi sia mai capitato di ascoltare. contagioso e vitale come il sangue! e nel five easy pieces alcuni dischi che mi porterò dietro, con la nostalgia del mangianastri e un’idea di futuro tutta da ripensare.

ma più di ogni altra cosa lascio, per il mio ritorno, un appuntamento da segnare in agenda, qualcosa a cui si è lavorato negli ultimi tempi con entusiasmo e soddisfazione. un piccolo sogno che si realizza, tramite una relazione nata fra blog, un annusarsi e scoprirsi affini, utili, vivi e ancora curiosi.
concerto_tpafricatutto quello che è bene sapere è scritto qui e probabilmente ci potrebbero pure essere ulteriori sorprese inimmaginabili (miracoli e apparizioni di cui ancora non mi capacito!). per chi volesse approfondire rimando a ciò che scrisse a suo tempo Giulio Mario Rampelli su TP Africa. la musica sta andando ovunque, pure dove non dovrebbe: c’è un luogo dove c’è sempre stata e da dove non se ne andrà!
ne riparleremo, eccome, al mio ritorno!
è tutto, chiudo la porta, vado verso i Balcani!


Musette Datum

17Giu09

Joel Danell è un ragazzo svedese. pianista e rosso di pelo. ama agghindarsi con abiti buffi e retrò e ha sviluppato nel tempo la piacevole mania di registrare su svariate cassette bozzetti sonori, melodie, memorie musicali. le ha datate, come pagine di un diario interiore e le ha poi conservate per lungo tempo. non molto di più potrei sapere oggi di lui, oltre che ama celarsi dietro lo pseudonimo di Musette e che ha da poco pubblicato il suo primo lavoro per l’etichetta Tona Serenad.

musetteconsetuedine e attitudine strana quella fra nordici e melodia. un felice e fruttuoso legame che ha (per me) motivazioni sconosciute, ma che di fatto esiste. prova ne è questo disco. una capacità di sintesi, direi quasi di essenza del pentagramma. una concentrazione per evaporazione del superflueo.
14 composizioni estrapolate da quel diario di cui sopra, riprese e rielaborate assieme ad un manipolo di amici con i loro strumenti acustici. Musette suona piano (oltre a chitarra e basso), Anton Stokes alla chitarra, Jon Eimre al dobro, Brita Westerman con violino e fischio, Lars Ekman fra acordeon e piano e December al tiny saxophone! nessun canto, se non quello di uccelletti registrati nel cinguettìo del mattino: sono loro che aprono il disco, e non potrebbe essere altrimenti!

Datum (Tona Serenad, 2009) è uno di quei dischi che non ti aspetti, che spiazzano e fanno viaggiare. un’aria francese che soffia da tutte le finestre aperte, cartoline dalla villeggiatura, Debussy che rimira il mare, il mare di Normandia fuori stagione. sarà per qualche accenno di valse o per inconfessata cultura pianistica classica, ma si respira davvero aria di vacanze, di passeggiate sulla marina in pomeriggi volutamente oziosi. tutto talmente semplice e limpido da disarmare.
i brani riportano date che sono solamente indicative, suggestioni stagionali. libera facoltà di chi ascolta. la mia ha mescolato tutto e mi ha portato direttamente oltralpe e fuori tempo, indietro. uno stabilimento termale della belle époque, Jules et Jim in bicicletta, Proust che spia dietro una vetrata liberty, una limonata fresca!

musette photoe per davvero c’è aria da colonna sonora, ma non sono certo se si tratti di una pellicola o di qualcosa d’altro, di una gita o di un sonno fra lini profumati. certo che quel fischiettare è un poco contagioso, indelebile segno di spensieratezza. c’è spazio anche per una malinconia appena accennata e per la fragilità di alcuni notturni provati e studiati nelle ore quiete. Musette (un poco di Francia è lui stesso a suggerirla…) si fa ritrarre con un completo imbarazzante in una stanza stracolma di suggestioni; credo sia consapevole della sua creatura fragile e di come un successo inatteso potrebbe spazzarla via. qualcuno se ne accorgerà presto e non esiterà a paragonarlo ad un novello Yann Tiersen, ma per ora pare una questione per pochi…

DIGI_4.cdrsuoni, panorama e colori sospingono al vento caldo, al tempo espanso della beata nullafacenza, alle vacanze in colonia o alle gite fuori porta. come un libro caro o una cartolina dalla villeggiatura… portatelo con voi!

Musette Datum


ho una pretesa di consapevolezza e di autodeterminazione, modesta per altro, ma ineluttabile. a 40 anni compiuti ho affinato la capacità di riconoscere in un solo istante una musica che invaderà il mio universo sonoro. è una percezione che (per fortuna) si ripete con medesime modalità e differenti forme. una cattura a cui cedo, una presa alla quale mi arrendo. giunge dall’agguato nascosto, inattesa e benvenuta come la pioggia. pochi istanti di suono e io sono irrimediabilmente rapito! è successo ancora, e di notte, quando rallenta e si svuota lo spazio, quando pare esserci più tempo e più buio, quando la radio ritorna al suo ruolo regale, alla sua nobile magia impalpabile. ancora battiti!

FUqugi photoDaiki Sakae è un chitarrista giapponese che ha scelto come nome d’arte FUQUGI. le poche note biografiche lo ritraggono abitante del sud del Giappone, Kagoshima, zona boschiva alla quale (banalmente) si attribuisce l’afflato bucolico delle sue musiche: è lì che vive, armato di una sola Gibson e di semplici effetti! nel 2005 aveva dato alla luce due cd-r per la propria etichetta: gransofa e nightingale. passato sotto l’egida dell’etichetta Plop ha deciso di riprendere in mano alcune di quelle composizioni e a queste aggiungerne altre. nasce così, semplicemente, il suo debutto: gransofa+nightingale.

FUQUGI cover

15 acquerelli per chitarra e delay. arpeggi e melodie al limite della povertà, per assenza e riduzione. nessuna parola, nessun field recording, niente elettronica! i limiti della tavolozza di Daiki Sakae sono intangibili e si collocano fra la colonna sonora di un road movie, la semantica del blues, l’idea minimalista che non muore e la capacità innata della sintesi orientale. il tutto dilatato, rallentato per dar luogo allo spazio e alla cinematica dei pensieri e delle figure che si accampano.

fuqugi fotolo stesso Daiki Sakae indica una possibile chiave d’ascolto nella contemplazione delle opere del suo pittore preferito: Mark Rothko. lo credo verosimile, se ne intuiscono colori e forme, ma non basta. l’ampiezza dello spettro sonoro, allargato a far luogo a meditazioni e contemplazioni, consente ben altro e ben di più. ciascuno può abitarlo, addobbarlo oppure svuotarlo ulteriormente. è materia dolcissima e calda, sin quasi facile: ma non si confonda la banalità con la semplicità!
io, come faccio spesso, lascio quest’opera a disposizione, perché l’ascolto conduca alla propria autodeterminazione, al proprio alfabeto. conosco il mio e lo sento parlare la stessa silenziosa lingua, incerta e fragile come questo disco.
nel gioco piccolo e sciocco dei dischi di questo tempo (e di altri ancora), se ne è aggiunto uno!

FUQUGI gransofa+nightingale


mi sorprendo spesso in luoghi ameni dove la mia curiosità mi ha sospinto. calamitata da strane infatuazioni o da antiche frequentazioni. la musica sperimentale (elettroacustica, contemporanea, elettronica o concreta: mi sia permesso qui di generalizzare) ha sempre sortito su di me un duplice effetto: da una parte una naturale inclinazione conoscitiva, dall’altra incurabili intolleranze intellettuali, al limite del disturbo.
oscillo spesso fra i due sentimenti opposti, salvaguardando però a priori l’innata capacità che hanno queste musiche: quella di esplorare i confini di un possibile sonoro, di allargarne le maglie e di consentire di intravedere squarci di ipotetici futuri. dobbiamo questo oggi sonoro anche a grandi compositori e ricercatori che hanno affollato il secolo passato, pionieri che avranno dovuto combattere con muri mentali e conservazioni vetuste, e che magari hanno raggiunto solo oggi l’amarissima (e alquanto stupida) gloria postuma!

oggi (e qui dobbiamo stare) abbiamo musicisti come Lionel Marchetti. francese (quindi l’accento va in fondo), da oltre vent’anni ai confini di tutto ciò che musicalmente è considerato normale. non è qui che mi addentrerò in biografie o recensioni. è d’altro che, tramite lui, vorrei giungere a raccontare. di un’esperienza formativa, scolastica ed educativa alla musica tenutasi in Francia nel quadriennio 2003/2006. Département Rhône (potremmo pensarla come una nostra provincia)! qualche solerte e lungimirante amministratore pensa bene di informatizzare il dipartimento e istituire un progetto che porta il nome di Erasme, e attraverso questo di istituire un lavoro pedagogico nella scuola media superiore per l’ascolto e la creazione di musica concreta o elettroacustica. a Lionel Marchetti viene affidato il compito di tenere vari workshop e laboratori nel corso dell’anno scolastico, fino a giungere alla realizzazione di un lavoro collettivo.

laclasse-frontnasce così Musique.laclasse.com, un cd scaricabile gratuitamente e soprattutto un sito davvero intrigante. sembra di stare in un pac-man lisergico, ma in realtà i vari pupazzetti non sono altro che i lavori sonori dei singoli alunni, scaribabili e fruibili per ulteriori rielaborazioni. suddivisi per i vari anni scolastici (2003, 2004, 2005) i sampler sono il frutto dell’elaborazione sonora dei ragazzi, della loro ricerca di fonti acustiche successivamente processata da Marchetti!

direi dunque che non è propriamente alla specifica disquisizione musicale che si dovrebbe porre attenzione, ma piuttosto alla didattica e alla lungimiranza di amministrazioni scolastiche ben diverse dalle nostre. l’educazione musicale nelle sue forme più estreme credo coincida con l’urgenza e la curiosità di quella fase adolescenziale in cui formiamo le nostre attitudini e modalità d’ascolto. nonchè quelle creative. credo si potrà convenire sul fatto che molta della nostra analfabetizzazione musicale nazionale derivi proprio dall’educazione (non) ricevuta in quella fragile fase della nostra vita!

laclasse retroil disco si compone di 38 brani. viene consigliato l’ascolto aleatorio o casuale che dir si voglia: risalteranno le varie tracce di silenzio inserite nella scaletta, le fantasie acustiche di adolescenti e le stramberie sonore di possibili (futuri) creatori di musiche altre. un’operazione che ci tenevo a segnalare e a sottoporre a chi vorrà…

Lionel Marchetti Musique.laclasse,com


nel suo prezioso Scritti nell’Anima edito per la Tuttle Edizioni (quella di BlowUp), Eddy Cilìa ribadisce un concetto che già altrove aveva espresso caparbiamente: l’ascolto della voce di Billie Holiday nel disco Lady In Satin (sua ultima incisione, un anno prima della morte) è qualcosa di straziante, doloroso e talmente insostenibile da dover interromperne l’ascolto. niente di più vero! e oggi l’ho capisco assai bene! è che quel disco è stato il mio primo incontro con Lady Day! sotto forma di audiocassetta dentro l’automobile di mio padre: era probabilmente il 1976, io avevo 8 anni e Billie Holiday l’eternità di fronte! una folgorazione, è bene dirselo!
da allora la mia passione per quella voce è dovuta correre a ritroso, a riscoprirne le origini e il principio. a ritrovare la scintillanza di un timbro, la dinamica e lo swing, pur sempre avendo nella corteccia cerebrale quella voce dei suoi ultimi giorni. voce paradigmatica di un’esistenza, specchio di un declino e cifra indissolubile del ‘900. chi sta scrivendo è un fan, di quelli maniaci e persino cocciuti. qualcuno che per insaziabile necessità ha voluto possedere tutte le registrazioni della signora del blues e avrebbe voluto andare oltre. quindi ho mandato a memoria così tante incisioni e concerti da confondere dischi e tempi. come un cane di Pavlov comincio a vibrare al solo sentire quella voce. ma da fan ho trovato particolare soddisfazione morbosa nel cofanetto antologico della Verve.

on verveThe Complete Billie Holiday on Verve 1945-1959 è qualcosa di imprescindibile! 10 cd e un libretto monumentale, 12 ore di incisioni, una vita che si racconta e si canta! ma la delizia per insaziabili fans è racchiusa in una serie di discussioni, dialoghi e chiacchere catturate negli studi d’incisione e inserite nell’opera. è allora che quella voce torna a scendere (o a salire?) a livello umano, nel quotidiano di sospiri, risate e raucedini. dissertazioni tecniche e storielle, false partenze, telefonate: c’è spazio per una normalità che sbalordisce, l’umano sconsacrato e ordinario. è un poco come sbirciare dalla serratura e spiare un segreto che in realtà non esiste! esistono quelle conversazioni, fra tintinnare di bicchieri, finestre aperte sugli schiamazzi di bambini e accordi di pianoforte accennati. anche questo è dolcissimo e straziante, come Lady In Satin, come la parabola della sua vita.
ho raccolto quelle brevi incisioni estrapolandole dal resto, facendole brillare per nudità e concretezza. ascoltate così di seguito suonano come una memoria senza passato, come uno sguardo senza giudizio. a me commuovono, ciascuno ne faccia ciò che vuole…

Billie Holiday Lady In “Rehearse”


dopo meditazioni sottocutanee, contrizioni e slanci illogici, ho deciso di andare a votare!
mi permetto alcune riflessioni (utili a me per ricucire un ragionamento sfilacciato): il mio primo e più importante imprinting politico è stato mio nonno. aveva un modo tutto suo di essere politico: selvatico e sanguigno, dolce e collerico. da lui credo di aver ereditato più di un tratto somatico. per la maggior parte delle ultime tornate elettorali sono stato sospinto dalle sue ultime volontà, dai suoi racconti partigiani e da quel dito indice alzato in segno di ammonizione democratica. sono praticamente andato a votare per lui! lo rifarò!
rispetto chi propone di saltare un giro, chi vuole vendere simbolicamente il proprio voto e chi, stufo, a votare non andrà. credo di capire! credo altresì che l’espressione del voto sia una maniera di demolire le proprie inclinazioni individualistiche: tornare a mischiarsi, a contare per uno, a rappresentare nel caotico vociferare della massa! contrizione (l’ho già detto) di fronte allo scetticismo della rappresentazione democratica! sono combattuto (anche questo ho già detto), altrimenti non starei qui a scrivere.
sono rimasto sorpreso nello scoprire due blog fraterni esporsi: Luca e Diego (Kekko in realtà: con il quale sono in preoccupante accordo)! li leggo come segnali: non so di cosa, ma segnalano!
sono contrario al voto segreto! fortemente contrario! prometto sempiterna sudditanza a chi avrà il coraggio di proporre in parlamento il voto palese. e a far sì che accada! vorrei sempre sapere con chi sto parlando, vorrei poter guardare in faccia chi ho di fronte! io non ho mai avuto problemi a rispondere a chi mi domandava che cosa avessi votato: vorrei poter continuare!

voterò Sinistra e Libertà ed esprimerò tre preferenze perchè questo mi permettono di fare!
voterò per Nichi Vendola perchè parla una lingua che riconosco!

voterò per Alessandro Bottoni perché difende tematiche che mi riguardano!

voterò per Lisa Clark perchè guarda al mondo così come io lo guardo! (non ho ancora capito se è candidata nella mia circoscrizione: lo scoprirò!)

mi sia perdonata la confusione espositiva, ma alberga in me. e in più l’argomento è di quelli che mi mettono a soqquadro! potrebbe succedere che mi pentirò di queste parole, dello stesso voto appena uscito dall’urna e di questa dichiarazione d’intenti della quale mi sorprendo: è già successo, involontaria e cocciuta abitudine, e succederà ancora! ma avevo bisogno di questa onestà con me stesso, un dentro/fuori che mi togliesse di dosso un senso di indeterminatezza!

p.s.
oggi avrei voluto parlare d’altro, ma tant’è, lunedì queste mie parole non avrebbero avuto molto più senso!
avrei detto di un film doloroso, dritto in faccia come un pugno: ma per fortuna alice lo ha saputo fare assai meglio!
avrei detto che stanotte a battiti verrà trasmessa una parte del concerto romano di Mulatu Astatke & The Heliocentrics (un bel souvenir per gli amici che vi parteciparono)!
ma in qualche modo l’ho detto!


credo ci siano svariati modi per approcciare una terra straniera, per pensare un viaggio. i Balcani mi corrono incontro verso la fine di giugno e io comincio a sciorinare l’improbabile metodologia di apprendimento. tecnica mista e pressoché incerta, indeterminata. consiste nel drizzare le orecchie ad est, annusarne gli odori e captarne le ondulazioni di frequenza sulle medie modulazioni. provo a leggerne un poco di più e un poco oltre, ricordare i motivi (tutt’ora insondabili) di uno sterminio e ascoltare la voce di vecchi e nuovi profeti. rovisto fra le arti, la musica in primis, alla ricerca di un linguaggio comune, parlabile, edibile. e mi imbatto nel cinema, in curiosa coincidenza con altre ricerche che alice persegue su gitani, rom e nomadi. un film dunque: resto pur sempre restìo a parlare di cinema, per analfabetizzazione, per mutismo cinetico e perché credo che i film vadano visti da soli e poi zitti a letto! ma per questa volta valga una segnalazione!
Ko To Tamo Peva (Ко то тамо пева, 1980) è un film yugoslavo (allora lo era!) scritto da Dušan Kovačević e diretto da Slobodan Šijan: una vera sorpresa!
è il 5 aprile 1941 (un giorno prima dell’invasione nazista) in un luogo indeterminato nel cuore della Serbia; un’improbabile fermata d’autobus è popolata da passeggeri diretti a Belgrado! sono in attesa di un vecchio pullman della mirabile ditta Krstić & Son (padre e figlio che da soli basterebbero a sorreggere la sceneggiatura)! due musicisti zingari, un germanofilo, un cacciatore sbadato, un veterano di guerra, un ipocondriaco, un aspirante cantante, una coppia male assortita di giovani sposi e i due titolari dell’impresa di trasporti!
può avere inizio un vero e proprio road movie surreale, archetipo e precursore di molto cinema balcanico giunto in seguito! vicende sghembe e inciampi improbabili protrarranno il viaggio oltre il limite previsto, fino a farlo giungere a Belgrado in concomitanza delle truppe tedesche. tutta qui la sinossi: tutta e niente!
poesia popolare, storie di ceppi ed etnie, miscugli di regioni e di lingue. storie di uomini. un Aspettando Godot corale punteggiato da goffaggini e assurdità. storie di canzoni, di vendette familiari e di carne (proibita e alla griglia) innaffiata di rakija. pretese contadine e avidità ataviche fanno beccheggiare il vascello corriera, alla deriva fra paesaggi perduti, nebbie, fiumi e ponti. sparizioni, morti apparenti e scaramanzie di un realismo magico balcanico.

ko to tam pevae con la musica sempre presente: del resto il titolo del film chiede Chi sta cantando là? una spina dorsale di fisarmoniche, cymbalon e canti tengono il film dritto ed eretto. a cominciare dalla figura dei due gitani che come due aedi greci guardano fisso in camera e narrano le vicende e le sventure degli undici personaggi in cerca di buona sorte. così si apre il film (e basterebbero i primi due minuti a renderlo indimenticabile)…

rimango dell’idea che le pellicole non si dovrebbero raccontare e tanto meno consigliare, soprattutto da chi non sa farlo come me. infatti voglio qui solo dichiarare di averlo veduto. annotarlo. la difficile reperibilità consiglia un torrent, i sottotitoli e pure brandelli di colonna sonora (che pare introvabile).
credo sia tutto!
è tutto!


spesso e silenziosamente ci rimugino, mi stupisco e non mi capicito di quanta e quale rivoluzione abbia portato l’avvento della rete nella circolazione della musica. e non mi viene di proferire giudizio. forse perché le rivoluzioni non si giudicano; almeno finchè non sono terminate!
e ora, volenti o nolenti, ci siamo dentro fino al collo!
strano tempo questo. strano tempo il mio nel quale mi scindo fra l’uomo adulto che vorrebbe comprendere e capire, osservare e trarne sensate opinioni e il bambino nel paese dei balocchi, quello che neppure si sarebbe potuto immaginare che tutto questo sarebbe stato possibile. uno sconfinato orizzonte di musiche a disposizione ad abbracciare il tempo, passato e futuribile, e lo spazio, quello dietro la porta di casa fino ai luoghi che giammai raggiungerò!
ma anche per oggi l’asino di Buridano non morirà!
babydeecoverfrontè il novembre 2007 a Copenhagen. l’artista Martin Erik Andersen si cimenta nell’allestimento di una sua perfomance. al progetto di installazione di sue opere prendono parte anche le musiche di Baby Dee accompagnate al violoncello da John Contreras. il duo esegue 8 brani che vengono successivamente incisi e stampati in lacca vinilica purpurea. 250 copie da distribuirsi ai visitatori della Dansk Jävla exhibition, nel gennaio 2008 a Charlottenborg.
purplevinylanasce così Love Is Stronger Than Death per l’etichetta danese Bragagild. Baby Dee, arpa e voce; John Contreras, violoncello: presa diretta imperfetta e calore analogico di antico sapore. otto particelle di bellezza, compiute e raccolte come un libro di preghiere. mi stavo sforzando di trovare un singolo sostantivo per descrivere le composizioni di Baby Dee e mi arrendo alla molteplicità imperfetta del suo creare. forse un lied, una Gesänge profana, la torch song oscura, oppure un madrigale post-moderno, canto di devozione e vocazione amorosa. tutto questo e altro.
sospeso e annulato il tempo, dilatato lo spazio per dar luogo alla voce di Baby Dee: inquieta ed incerta, in oscillazione dal falsetto al gutturale passando dal portamento classico da bel canto. voce fremente nella quale albergano le anime di Baby Dee: il ghigno acido, il sussurro e lo sghignazzo e poi il portamento tenorile, il menestrello efebico e le aberrazioni endocrinologiche del suo mutare ed essere transgender!

babydeeBaby Dee è probabilmente una delle più belle cose che sta capitando alla musica d’autore contemporanea. molti ancora non sanno e troppi mai sapranno. la sua stravaganza e l’approccio eccentrico non fanno altro che confondere gli stolti e incarnare l’imperfetta vicenda umana di noi tutti. quel dondolare fra euforia e sconforto, nella salute incerta, fra l’odore di zolfo e il profumo di biancomangiare.
ecco dunque il disco, nella speranza di fare lieta sorpresa. nessuno però osi qui portare ad esempio o paragone Anthony e la sua musica. non sarebbe gradito. un po’ come come additare qualcuno perché non si recherà alle prossime urne, mentre quello ancora si rammarica per non essere giunto in tempo a votare Enrico Berlinguer!

Baby Dee & John Contreras Love Is Stronger Than Death


Il calcio è una cosa seria!
ce lo siamo ripetuti parecchie volte a notte fonda, quando i discorsi sono più sciolti, la lingua un poco gonfia e il tempo dalla nostra parte. e non c’è mai stato bisogno di precisare a quale calcio ci stessimo riferendo. lo abbiamo giocato entrambi, negli stessi anni, in due campetti probabilmente simili e della medesima città. ma diverso era il versante della periferia, quasi opposto! e distanza incolmabile per le nostre biciclette di allora che risulta impensabile che io e Davide ci saremmo mai potuti trovare uno contro l’altro.
oggi favoleggiamo di cosa sarebbe potuto accadere e gongoliamo nel ridicolo. io continuo ostinatamente a giocare e lui a maledire un ginocchio e a sventolare un se non mi fossi…! io a cercare di ricreare inutilmente l’idillio di un’infanzia, lui, assai più saggiamente, e meglio, a raccontarla – disegnandola!

MortiDiSonno.copMorti di Sonno (Coconino Press) è l’ultimo lavoro di Davide Reviati. la mia poca frequentazione con il fumetto mi spinge a farmi suggerire che si tratta di una graphic novel: qualsiasi cosa voglia dire io so che dietro c’è un grande impegno e altrettante notti di lavoro, le stesse che lo hanno allontanato dalle futili chiacchere e dalle ore piccole viziate.
una storia narrata da dentro e resa per difetto, in contrasto, in riduzione. quel poco è di più che dovrebbe illuminare altri e più ampi orizzonti! fuoriesco ora dalla terza lettura e mi ritrovo smarrito e stordito dopo tanta leggerezza di narrazione, dopo quella sobrietà che però lascia il segno. segno scuro e amaro!
le vicende mi sono così familiari e allo stesso tempo cinicamente estranee; altre recensioni hanno la giusta prospettiva per riportare i fatti e i luoghi della vicenda dalla quale non riesco propriamente a distanziarmi.
preferisco immaginare quel campetto con in mezzo un palo della luce, formidabile e involontaria metafora. annusare la verzura dell’erba che si mischia all’acre sapore chimico del cielo ravennate, il colore delle ginocchia sbucciate, l’odore dei fossi a giugno e il sapore ferroso delle ferite e del sangue al naso.
è la luce di una memoria che in qualche modo è collettiva, la percezione di un’infanzia che pareva interminabile, intoccabile. e invece “può succedere che un’estate lunga dieci anni finisca in mezzo minuto. e non c’è niente di strano”. strano è invece ricordare, riavvolgere e recuperare. rivedere i volti e appicicarli ai rispettivi nomi, o viceversa. gli eroi dell’infanzia gonfiano il petto nel ricordo, ingigantiscono la statura all’orizzonte e accumulano mitologia e leggenda. la realtà è stata più cruda e più severa di ogni immaginazione, come sempre.
MortiDiSonno.quarta.esecè per le avventure di coloro ai quali il libro è dedicato che vale la pena di parlare. per raccontare cosa c’era e c’è stato dopo, cosa resta e cosa manca. la felicità non ha margini di miglioramento! e forse per questo si è cercato di barattarla con altro, scommettendoci sopra.
qualche giorno addietro Maurizio Ribichini mi scrive per avvertirmi della meraviglia del libro di Davide. faccio mio il suo giudizio “tecnico” competente. poi mi chiede il suo numero per ringraziarlo personalmente. anch’io credo di dover ringraziare Davide e di permettermi di farlo qui (ma non mancherò di farlo appena lo vedrò), per aver sollevato un coperchio sul tempo che non tornerà. per averlo fatto sobriamente ed elegantemente, in bianco e nero e senza clamore, trattenendo gran parte del dolore e restituendo soltanto la parte immaginifica che sopravviverà alla pagina e alla memoria di chi ancora corre al crepuscolo!