Joe Henry Blood From Stars
mi ritrovo a scribacchiare su di un mac di fortuna: il mio sta facendo una specie di tagliando in una clinica assai specializzata! o forse sarebbe meglio dire che ho la fortuna di poter avere un mac sul quale scribacchiare e che il mio tornerà al più presto, fresco e lavato come il culo di un neonato! preambolo doveroso per dire che in questi giorni sto leggermente trascurando il blog, ma non riesco a fare altrettanto con la musica, e, come un cane (vizioso) che si morde la coda, torno immancabilmente ad aver voglia di scrivere (o annotare) di musica. e quindi siamo da capo!
in questi giorni sta crescendo inesorabilmente la statura di un disco che affastella un ascolto dietro l’altro! Joe Henry è uno di quei cavalli di razza che si attendono sulla ribalta del rettilineo finale, molti allibratori tergiversano sulle quote e sul giusto tempo per la scommessa definitiva che lo consacri nel gotha del songwriting americano. a dire il vero, alcune sgroppate di grande classe sarebbero già state più che bastanti (a parere di chi scrive) per ascrivere il suo talento fra quelli memorabili di outsider di grande classe, ma evidentemente, grosse attese (major economicamente avide) e piccole ribalte circoscritte costringono Joe Henry ad un limbo incastrato fra popolarità mainstream e gloria underground!
quando qualcuno realizza un disco come Scar (2001, link) non credo si debba continuare a “pretendere” saggi di dimistichezza con la penna e la chitarra: addirittura in quel disco splendeva il genio armolodico di Ornette Coleman, e poi Brian Blade (di cui si è già detto), Brad Meldhau e Marc Ribot! ogni istante di quel lavoro mescolava talento e riconoscenza (di chi lo ascoltava)! ma, evidentemente, gli esami non finiscono mai!
da qualche mese è in circolazione questa undicesima fatica del buon Joe Henry: Blood From Stars (Anti) è un disco eretto, integro, consapevole e monumentale nel suo suono dritto e incontrovertibile. ha la classica faccia di chi sa da dove viene e conosce a memoria la strada da percorrere: strada diversa che unisce tradizione americana e jazz procedendo a ritroso e trasversalmente. crooning e bluegrass si incontrano, New Orleans e la fidata (e inconfondibile) chitarra di Marc Ribot affrontano un gospel nero e la più languida torch song! c’è assai in questo disco, così tanto che si è corso il rischio che la produzione dello stesso autore deragliasse e faticasse a trattenere tutte quelle briglie, e invece il disco è coeso e uniforme a restituire un colore preciso che sta fra le tinte della copertina e le sfumature di un blu notte! a tessere ed ordire tutta questa preziosa materia ci pensa la voce di Joe Henry che nel tempo è cresciuta in spessore e pathos: voce che suona familiare (ogni volta mi chiedo vanamente a chi assomigli) e sempre più consapevole della propria espressività!
confesso candidamente che queste atmosfere da qualche tempo non rappresentano esattamente la mia tazza di thé, ma è proprio quando si viene spiazzati e convinti su territori che propriamente non ci appartengono che si dovrebbe riconoscere la statura e lo stupore della bellezza. probabilmente uno dei dischi più “adulti” ascoltati quest’anno: per orecchie esigenti, educate e definitivamente condannate ad ascoltare!
Joe Henry Blood From Stars
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Giorgio Conte Sfogliar Verze
credo sia capitato a molti di trovarsi accidentalmente a dover perdere tempo in una fila, in un ingorgo o in quelle puntuali trappole che ci tende la burocarazia: tempo espanso a perdere, istanti svuotati e pressoché inutili. può aiutare (ma non ovviare) avere per le mani qualcosa da leggere! rubare quel tempo al tempo è rovesciare la partita con un contropiede fulminante, volgere di segno l’istante che diventa subitaneamente, nella migliore delle ipotesi, assai gradevole!
negli ultimi giorni mi sono preoccupato che la tasca della mia giacca fosse piena di questo libricino esile e piacevole al tatto! l’ho fatto di proposito, con l’intenzione di aprire qualche pagina ad un semaforo rosso, in fila in farmacia o in attesa che venisse il mio turno!
Giorgio Conte Sfogliar Verze (excelsior 1881, 2007) ha la leggerezza e l’agilità delle sue poche pagine, l’agilità di memorie soavi e l’azzurro che invoglia ad accomodarsi su quella sdraio!
una trentina di brevi racconti come altrettanti pasticcini su di un vassoio della memoria: la consistenza della panna, il soffice della meringa e la voluttuosità di un babà! Giorgio Conte non disdegna metafore culinarie e accostamenti gastronomici, e, se mi è concessa la battuta, apprezzerà che si possano appellare maddalene queste epifanie della memoria (poi magari ve la spiego!)
per acuire il senso di salivazione e il desìo di lettura è forse necessario essere nati in provincia, essere in giro (anagraficamente) da un po’ di tempo e nutrire quell’insana e malcurata curiosità per i fatti di una famiglia che tanto ha dato alla canzone italiana e (mi auguro io) al suo costume più bello! è assai elegante come Giorgio, per tutto il libro, nomini il fratello maggiore con lo stesso soprannome che ha sempre avuto per quella combriccola di amici astigiani: il “Canadese” (per via di quel cappotto con il colletto di opossum)!
delizia provinciale, amarcord piemontese pieno di “indescrivibile piacevolezza” (Le Monde de la musique): ci ha tenuto assai Giorgio Conte a mettere ad esergo del suo libro, questa frase dinamica e dolcissima, piena di quello spirito semplice che porta stampato in volto: “…e continuo la mia vita, al gusto di tutto…”
per non voler svelar nulla del libro, per non voler sciupare sorpresa e lettura e per rimandare discorsi più approfonditi sulla carriera cantautorale di Giorgio Conte, mi fermo qui, ringraziando l’umorismo e l’ironia che continua ad accompagnare questo giovanotto cresciutello. buona lettura!
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Pascal Comelade A Freak Serenade
e poi finisce che ci si abitua, come consuetudine, ci si assuefa (con l’accento su di una vocale a piacimento)! è un male diffuso e dilagante, apparentemente inarrestabile! si finisce con il galleggiare mediocri sopra un mare non proprio limpido e non proprio ben odorante, incuranti di opporre un argine all’innalzamento del livello. e non stanchi di andare alla deriva, per sordida ironia, si arriva ad inghiottire lo stesso mare in cui non si sprofonda! a bocconi, a cucchiaiate o a badilate! e così tutto va in m…. (i più ottimisti ci leggano: malora)!
evidentemente Pascal Comelade non ci sta! e sarà pure bene non riferirgli della recensione che ho appena terminato di leggere, che fa ancora più male perché letta da un pulpito che pensavo intoccato dalla marea di cui sopra. Pascal Comelade è un cane sciolto, mannaro per vocazione e randagio per scelta! testardo di un catalano abbarbicato nella sua Céret, ritirato e sfuggente alla ribalta e alla costretta popolarità: a quanto pare se ne frega della stagionalità delle uscite discografiche, della sua frequenza e della giusta tempistica! e questo disturba la mediocre stampa musicale incapace di seguire la parabola del genio irriverente!
e lui sforna ancora un disco e lo intitola A Freak Serenade (Because, 2009), e molta stampa sciocca e assuefatta si limita ad inanellare la sfilza delle ovvietà relative ai suoi strumenti giocattolo, al suo vaudeville dadaista e al suo gusto per cineserie e art brut musicale. come se fosse oramai consueto e normale tutto ciò che Pascal Comelade pensa, compone ed interpreta! è questo l’abbruttimento abitudinario a cui bisogna porre attenzione, la china discoscesa di mediocrità dalla quale è bene stare in guardia!
mi piace pensare che lo sdegno del catalano si concretizzi in quella Improperis Serenada che raggruma densa nel bel mezzo di questi 14 brani dai titoli iridescenti! morso di rabbia e sputo di sdegno, orazione spuria di maldicenze e anatemi sboccati: come un monaco in cancrena!
appellare queste sonorità come “musica-tappezzeria” o “brani da gustare all’ora del thé” denota una colpevole leggerezza ed una sbrigativa faciloneria. in questo, come in molti altri dischi di Comelade, alberga l’ingegno infantile allergico agli schemi e alle etichette, un suono da esperanto europeo, un poco autistico, e un poco spastico: di certo selvatico! e se la bestia si da alla macchia non ci si da la briga di seguirla!
eppure questo disco mi pare la colonna sonora di una navigazione in fuga dal mare puteolento, lontano dal logico e dal dovuto: legni di palcoscenico, tele di quinte e bandiera anarchica issata, le vele gonfie di venti che soffiano dal passato del vecchio continente e la chincaglieria del circo come tesoro!
Pascal Comelade non ci sta!
…e io sto con lui!
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Le Lendemain Fires
non voglio entrare nel merito dell’efficacia o meno del vaccino antivirale, anche perché credo di aver già compiuto qualche passo oltre, laddove oramai la prevenzione più non serve, ma servono coperte pesanti, ore di noia e pazienza sfebbrante! in quel tempo anomalo, per un maschio caucasico adulto, diviene difficile anche la pratica più elementare in tempo di sanità; e quello che apparentemente potrebbe sembrare un periodo di ozio che si vorrebbe sfruttare appieno è in realtà un tempo difficile e viziato!
la capa duole: difficile leggere, guardare e per certi versi persino ascoltare! i consueti rimedi acustici cozzano fragorosamente nella cefalea più profonda! il free disturba, qualsivoglia percussione latina innervosisce e le voci umane richiedono quell’attenzione che non più si concede! eppure è di musica che ci si vorrebbe circondare!
così, faticosamente, sono andato a rovistare nella lunga fila di dischi che attendono un mio ascolto e mi sono felicemente imbattuto in questo: ed è stata complicità analgesica al primo ascolto! Le Lendemain (myspace), a dispetto del dolce sostantivo francofono, consta di un duo che divide la sua nazionalità fra Svezia e Gran Bretagna. David Wenngren e Danny Norbury: più nordico il primo del secondo! violoncello e al dulcitone (?) per David, pianoforte e field recordings a carico di Danny! debbo ammettere che li ho visti giungere dalla terra perfetti sconosciuti, ma è bastato iniziare ad ascoltare il disco per saltare a piedi pari convenevoli e presentazioni!

Le Lendemain Fires esce per l’etichetta Home Normal e la schiera di amici e di conoscenti gli garantisce il lasciapassare nella mia infermeria (The Boats, Colleen, Sylvain Chauveau). vera e propria musica da camera (da corsia) in bilico fra l’impostazione classica e la sperimentazione! nesuuna voce umana, nessun sussurro e manco invocazioni!
un’epica blanda e dilatata, pastorale. ideale per gli stadi febbricitanti oltre i 38° di temperatura corporea, laddove un poco di delirio e di incoscienza prendono il sopravvento. lentezza, austerità, misura e visionarietà! il suono del disco ha un rilascio adagio: l’impressione è davvero quella di un piccolo ensemble da camera al servizio della mia infermità e la sensazione di esclusività prende il sopravvento! ideale per blandire gli acufeni e per lenire l’emicrania!
mi accorgo di essermi un poco lasciato prendere la mano dai postumi ancora assai presenti e ho maldestramente usato questo disco a scopo terapeutico, maltrattandolo un poco. me ne scuso! in realtà riserverò a questo disco altri ascolti, in tempo di sanità: la sua fibra autunnale e il suo colore (come da copertina più sopra) sapranno adagiarsi su altri istanti di questa poca luce novembrina! in definitiva lo consiglio al di là delle patologie o delle contingenze, due volte al dì lontano dai pasti…
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Tom Waits Glitter And Doom Live
l’attesa di poterlo (ri)ascoltare inscatolato in un lussuoso packaging è nulla in confronto a quella sopportata nel lungo tempo prima di poter assistere ad un suo live set (e già se ne parlò)! sto parlando certamente di Tom Waits e di questo disco che giunge a coronare il lungo tour Glitter And Doom: compressa e reclusa dentro un supporto fonografico, quella maledizione benedetta, appare ancora più vera, sanguinante e ruvida, purissima! è una memoria di questo tempo sbagliato, il segno inequivocabile che se è vero che non ci salveremo è pur vero che lo potremo fare fieramente e consci di aver vissuto lo stesso tempo di Tom Waits. perché è di questo che bisogna rendersi lieti: della fortuna di poter ponderare la statura di questo artista, la capacità che ha avuto di portarci in luoghi dove non avremmo mai immaginato giungere! e lo scrivo con un sorriso beato sulle labbra, che non si vede, e che lascio immaginare!

Glitter And Doom esce per la fidata Anti: lo ascolto e mi vieto di tentare una qualsiasi descrizione! mi assoggetto allo stupore: questo sì! e alla vanagloriosa ed egoistica gratificazione di aver potuto accedere a questo postribolo di suono e poesia sbagliata!
17 grumi di suono iconoclasta e perverso, 17 canzoni monumentali e sporche! sature e così lontano dalla mediocrità che viene voglia di seguirle e definitivamente perdersi lì dentro! ma c’è una sorpresa: come la polverina dorata che Waits estrae dal cilindro! c’è un secondo disco, ed è il collage di alcuni di quegli istanti affabulatori in cui Tom Waits prende le distanze da ogni cosa:
...racconta e straparla, si vaneggia e pavoneggia, temporeggia, gigioneggia, cazzeggia, rocambola e istrionizza raccontando storiellette esilaranti di avvoltoi affamati, zuppe d’alfabeti, ratti che si consumano i denti, elefanti indiani con le campanelle al naso, leggi dell’Oklahoma, gamberetti egoisti, pappagallini chiacchieroni, turni di notte, strani disturbi estivi, insetti, odore della Luna, frittate di uova di struzzo, Sara Bernhardt, Barnum, schiacciamosche, Neil Armstrong, Buzz Aldrin, feti di maiali, bagagli perduti, maschi e femmine di ragno, 250 milioni di spermatozoi, limone sul pesce, preservativi, cellulari che fanno foto, occhiali e biciclette. Insomma tutto ciò che veramente, unicamente importa nella vita. (…) E’ per fan, solo per fan, questo disco, certo; ma non è la vita stessa, a essere solo per fan? (Stefano I. Bianchi, Blow Up #138)
si chiama Tom Tales e sono 35 minuti di un delirio lucido e splendido. l’inglese è sputato e masticato ma vale la pena scervellarsi nella comprensione: si otterrà la chiave per leggere a ritroso una carriera irripetibile e il (non) segreto di una semplicità disarmante! il disco è in uscita il 23 novembre! nell’attesa di poterlo far ruzzolare nelle mani come il souvenir di un tempo che è valso la pena vivere, mi permetto di regalarmi un biglietto per il circo…
Tom Waits Glitter And Doom Live
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Frémeaux & Associés
ho fra le mani e sfoglio un catalogo ponderoso di quasi 200 pagine. sfoglio e bramo di ascoltare (se non proprio di possedere) un numero considerevole di incisioni, registrazioni e letture edite e pubblicizzate in questi fogli. e mentre sfoglio torna alla mente un tempo in cui fanzine, fotocopie (ciclostili), francobolli e cassette registrate rappresentavano la carboneria della mia educazione musicale. oggi tutto ciò è probabilmente fuori sincrono (fuori moda? fuori catalogo?) e forse proprio per questo ancora più intrigante!
Frémeaux & Associés rappresenta un vero e proprio monumento nazionale della cultura editoriale francese. Patrick Frèmeaux e Claude Colombini (nella foto) sono i fondatori di questo tempio che loro stessi definiscono notre mémoire collective, oppure, a giudizio di altri: l’éditeur de référence du patrimoine musical et de la Libraire Sonore!
stiamo parlando della cultura generale tout court, di quella francese, s’intende! memoria e tradizione, letteratura e storia, musica e ambizione culturale globale (o coloniale). credo sia bastante un poco di conoscenza dei cugini d’oltralpe, del loro sciovinismo e della serietà con la quale intraprendono i loro percorsi culturali (qualcuno ha mai ascoltato France Culture?) per immaginare il mastodontico e meticoloso lavoro che sta scolgendo questa etichetta!
ma forse, per esplicare meglio, sarebbe bene dare uno sguardo al sito, potrebbero apparire per incanto nomi e volti non proprio sconosciuti: Albert Camus che legge L’étranger, Louis-Ferdinand Céline che racconta e canta (!?!) oppure Jean Cocteau in nombreux (numerosi… e spumeggianti) inediti!
volendo poi attenersi solamente alla musica, che è poi colei è mi fa bramare e sognare, non sarà certo facile valutare la profondità di questo pozzo di San Patrizio: le origini della chanson e del jazz manouche, il cabaret e il music hall. alcuni esempi? sto parlando dell’opera integrale di Django Reinhardt, di Charles Trenét o di Henri Salvador! e poi tanti altri interpreti della canzone francese mescolati a musica creola e afroamericana, gospel e spiritual, registrazioni sonore di tropicalismi lontani e approfondite antologie di ricerca e approfondimento
se proprio debbo trovare un neo a questa cornucopia di meraviglie direi che non v’è la possibilità di ascoltare i brani, di avere un piccolo preascolto, a meno che non ci si colleghi in streaming con Radio France con la quale Frémeaux & Associés vanta una lunghissima collaborazione!

Plus que jamais, le catologue Frémeaux & Associés offre aujourd’hui – par le non déréférencement de ses produits – une diversité culturelle qui s’oppose à la réduction quantitative des œuvres et produits mis à la disposition du public.
dichiarazione d’intenti messa ad incipit del catalogo che sto sfogliando, alla quale, senza dubitare, non si può che annuire consenzienti!
ora, se qualcuno si fosse incuriosito a dovere, suggerisco di fare ciò che io stesso ho fatto: compilare diligentemente il modulo online per il recapito cartaceo di cotanto catalogo. in men che non si dica un solerte postino giungerà alla vostra buca delle lettere, e, senza esitare, depositerà in essa questa collezione di delizie sonore. se poi si vorrà si potranno fare acquisti o acquisire suggestioni per strenne natalizie di imminente ambascia. di certo sarà un poco come tornare a qualche anno addietro, assaporando l’avvenire che fu e rimirando il luccichio che riverbera la memoria sul futuro!
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…ar Sor Ettore, e a mi Nonno Rinaldo con amore!
Tra un frizzo e un lazzo mi sollazzo…
ma l’amor mio… ma l’amor mio non muore!
L’anno solare (o lunare?) 2009 sta per volgere al termine, mancano appena due lune, ma ora che la guardo meglio… gibbosa e crescente… puttana, malandrina e paracula come è stanotte la Luna, mi sa tanto che la seconda si riempirà nel 2010! Il Centenario 1909-2009 della nascita del Futurismo volge al termine, e ‘l mio languido desìo di vedere una bella mostra antologica sul Futurismo di Ettore Petrolini non vede luce… e neanche bagliori da lontano. Ma è mai possibile che tutti questi Incurabili Curatori che si sono presi cura durante tutto l’anno di mostrare il Futurismo si siano dimenticati der Sor Ettore?
Sapete, miei cari Incurabili Curatori da che cosa siete affetti? Dalla noncuranza: Voi siete solo Incurabili Curatori Noncuranti! Ecco cosa siete! Ma io non mi curo certo di Voi: Io non ci tengo, e nè ci tesi mai! (op. cit.)
Perfino la curatrice (nonché ricca ereditiera!) Francesca Barbi Marinetti, nipote del ben più noto Filippo Tommaso, che nella vita è storica dell’arte ed è divenuta a sua volta promotrice di eventi futuristi quest’anno ha preferito dedicarsi al fotodinamismo futurista di Anton Giulio Bragaglia, o meglio ad una sua seguace attuale, tale Rosetta Messori, curandone una personale dal nome Vibrazioni Luminose alla quale, per mera curiosità personale mi sono recato.
Bene… Illustre Barbie (ti rispondo proprio come farebbe il Maestro!): Se proprio hai deciso di far vendere un po’ di quelle “fotografie sfocate” per far alzare le quotazioni delle Rosette, sappi pure che noi del Popolo Sovrano amiamo il pane casereccio, pertanto ti consiglio di mirare le “tue operazioni di marketing” verso una fascia benestante di potenziali compratori, ma fai attenzione che non siano presbiti, mira solo sui miopi… così, magari da lontano, per un contrappasso ottico, riusciranno almeno loro a metterle a fuoco!!!
Io, Illustre Barbie, per quanto mi riguarda, credo di riuscirle a mettere a fuoco solo con un Prospero, che non è il mio amico Agazio rosso di pelo, e nemmeno il protagonista della Tempesta di Shakespeare, ma solo uno Svedese, un cerino… un fiammifero insomma!!

Ma passiamo a cose serie, al Futurismo vero di Petrolini, a Nerone, a Fortunello, al Sor Capanna, a Giggi er bullo, Paggio Fernando, Gastone, Amleto, e ad Ambrogio co’ tutti i salamini…
E se ‘sti Curatori se sò scordati de Petrolini… Tu non te ne curar, o Ettore mio caro, che ci son Costantino e Rinaldo Tuoi qua che ti sorreggono insino alla morte, insino alla venuta della Commare Angina (pectoris)… In ginocchioni… Solennemente te lo giuriamo! Che ce possino cecà!!! Del resto anche tu fai parte di quei miei tanti sogni nel cassetto… Sarà pé questo che nun trovo mai le mutande?
Bene… Benone… Benissimo!! E dopo aver sputato ‘sto bel rospo, ditemi Voi se avete mai visto qualcosa di più irriverente nei confronti del potere di queste sequenze, girate in pieno ventennio fascista… Nerone e il popolo:
Sembrerebbe che perfino “er capoccione” ne andava matto (autocelebrazione dell’idiozia!), a tal punto che decise di farlo premiare con una medaglia, e durante la cerimonia di premiazione il Maestro gli rispose: “E Io Me Ne Fregio!” Semplicemente geniale! Ma l’opera che io reputo decisamente più futurista (cara Barbie) di tutte quante, è sicuramente Fortunello… in tutto ciò che sono! Lo stesso Filippo Tommaso Marinetti definì Fortunello “il più difficilmente analizzabile dei capolavori petroliniani”, esaltandone “il ritmo meccanico e motoristico” ed il teuff-teuff martellante di assurdità e di rime grottesche”.
Vorrei tanto dilungarmi sulla vita e sulle opere letterarie che il Maestro Ettore Petrolini ci ha lasciato, ma il mio editor poi mi dice sempre che sono troppo lungo… mi domando poi come fa a sapere ”certe cose”! Un altro personaggio petroliniano imbevuto zuppo di Futurismo è sicuramente Lui… il Bell’attore fotogenico di quegli anni, affranto, compunto, pallido di cipria e di Vizio, il fine dicitore ricercato nel parlare, ricercato nel vestire, ricercato da la Questura… Gastone!
Purtroppo il grande Ettore Petrolini è scomparso appena cinquantenne, a causa (come diceva lui) della Sora Flebite e della Commare Angina, sembrerebbe che al suo capezzale, quando vide arrivare il prete con in mano l’olio santo, esclamò con un filo di voce: “E mo’ sì che so’ fritto!”, giocando anche lì, come fece durante tutta la sua vita col potere e col destino con una vena comica senza precedenti. La tomba di Ettore Petrolini si trova al cimitero monumentale del Verano a Roma, fu completamente distrutta durante gli infami bombardamenti (degli alleati!) di San Lorenzo, fu ricostruita dal Comune, guidato allora dal
primo Sindaco democristiano Salvatore Rebecchini, ma con una grave modifica: prima, sotto al busto, c’era una frase voluta dal grande Trilussa in persona. Diceva così:
“Creò osservando ed eternò ridendo”
Poi chissà perchè la dedica fu cambiata: “Dalla bocca sua cantò il popolo di Roma”. Petrolini, al tempo del bombardamento era morto da sette anni. Se ne andò il 29 giugno del 1936, giorno di San Pietro e Paolo. Il Frac lo aveva voluto anche nella tomba perchè gli piaceva proprio tanto.“Ci giravo in casa fin da piccolo” raccontava “e mi prendevano in giro dicendo che sembravo ‘na cornacchia!”
Una curiosità che volevo aggiungere: nell’immediato dopoguerra, alla fine di uno spettacolo teatrale tenutosi al Teatro Brancaccio a Roma che vedeva protagonista l’indimenticabile Anna Magnani (Nannarella); dopo i ringraziamenti Nannarella uscì dalle quinte, e sotto un occhio de bove, davanti agli spettatori basiti, intonò questo stornello romanesco:
Sor Sindaco de Roma… Re de’ Becchini!
Aridatece la tomba… de Petrolini!
Avete mai visto Anna Magnani cantare uno stornello? Beh, tenetevi forte, e immaginate pure la scena del teatro!
Anch’io, assai più modestamente, mi sono sentito in dovere di scrivere un piccolo stornello romanesco all’attuale Sindaco di Roma… E allora… Attacca Carcidò!
Sor Sindaco de Roma …Sor Alemanno
Aridatece (la scritta de) Trilussa …M’ariccommanno!
E non escludo neppure la possibilità che io riesca a dirglielo (…e cantarglielo!) proprio di persona, io, mio nonno ed altre impavide persone; del resto ci stiamo lavorando. Ma ne riparleremo a tempi debiti… cioè prossimamente!!!

Innumerevoli sono stati i cantanti e gli attori che si sono rifatti all’arte e alle opere del grande Ettore Petolini, voglio ricordarne almeno tre, che a mio modesto avviso, sono quelli che hanno saputo ricalcare al meglio l’Arte del Grande maestro: Mario Scaccia, Fiorenzo Fiorentini e Gigi Proietti… ma ho deciso di lasciarvi con un Grande Cantante e Attore Comico che si è prepotentemente impossessato della scena italiota negli ultimi anni. Direttamente dai Caffè Concerto, il Sovrano dell’Operetta, il Principe dei Cafè Chantant!
Così è l’amore che viene e và!
Gioia e Dolore sempre ci dà!
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Ugo Tognazzi La maionese
mi è difficile principiare un qualsiasi approccio a descrivere la mia passione per Ugo Tognazzi! e lo è perché spesso risulta difficile parlare di ciò che si ama: ciò che so dire è che ho sempre riconosciuto in lui le stesse affinità che mi legano a quel manipolo di amici che mi porto fieramente nel cuore. medesime le debolezze e gli slanci, identiche le passioni!
in più ricordo un giorno nebbioso di un ottobre passato al quale faccio risalire la definitiva fine della mia adolescenza: c’era un aereo da prendere e un sacco di vita da lasciarsi dietro; acquistai un quotidiano da leggere in volo e mi rattristai nell’apprendere della sua scomparsa improvvisa. era il 1990 e da allora non ho ancora smesso di curiosare e di sorridere della sua esistenza e del suo lavoro!
a complicare ulteriormente le cose ci si mette pure la vastità della sua carriera: più di 140 film, un sacco di teatro e infinite apparizioni televisive! è per questo che, nascondendomi dietro l’artificio retorico che mi consente di parlare di una parte intendendo il tutto (sineddoche?), giungo a raccontare un poco della grande passione di Ugo per la cucina, ed in particolare per la maionese!

chiunque abbia visto il film La stanza del Vescovo (Dino Risi, 1977) ricorderà Tognazzi nei panni di Temistocle Orimbelli, personaggio “ambiguo e godereccio” alle prese con le proprie frustrazioni e le proprie debolezze! in quel film, come nei tanti del suo periodo adulto, il suo personaggio e la sua persona reale si esaltavano a vicenda in un inscindibile figura italiana altissima e mediocre al medesimo tempo.
le sue interpretazioni non potevano prescindere da quella voce impastata di sigarette e vizio, di quell’eleganza contadina piena di dignità e goliardia! così, senza particolari mediazioni, finiva per reinterpretare se stesso portando sul set i suoi modi e le sue manie! così è finita nel film una piccola deviazione insignificante e ininfluente, ma decisamente alla Tognazzi: nella cena in cui Orimbelli presenta l’amico Marco Maffei alla moglie e alla cognata, fa improvvisamente la sua comparsa la maionese!
Tognazzi era questo: amabile e scorretto al medesimo tempo. Roberto Buffagni, nel suo La Supercazzola (Istruzioni per l’Ugo), lo stigmatizza così: “Ugo è infatti il massimo interprete di due qualità umane e italiane apparentemente contraddittorie: l’innocenza e l’indecenza.” e per fortuna, a racchiudere un poco il mare magnum di tutta questa indecente innocenza è giunto un sito internet (voluto dai figli) al quale va il mio plauso per la completezza e la sobrietà: www.ugotognazzi.com è un’acquasantiera di bellezza e irriverenza, di risate e gastronautica!
non sarà difficile ritrovare in quel sito ben quattro libri di Tognazzi a proposito di ricette e cucina, aneddoti e curiosità, vicende goduriose di abbuffate luculliane. nella sua villa di Velletri campeggiava in cucina un enorme frigorifero a parete con bianchi sportelli panciuti. Questo frigorifero è la mia cappella di famiglia! amava ripetere lo stesso Tognazzi. per dovere di cronaca è lo stesso frigorifero che compare nel film Dillinger è morto (Marco Ferreri, 1969) mentre Michel Piccoli, nella cucina di casa Tognazzi, si prepara un cena solitaria. e se si cita Marco Ferreri e Michel Piccoli non si può non finire al film gastronomico per antonomasia: La Grande Bouffe! ma sono dell’avviso che non sia un blog il luogo idoneo per disquisire di questo film: più adeguata sarebbe una bella tavola, fra bottiglie e calici, vivande e chiacchere interminabili!
tornerei alla maionese! curiosando nel sito mi imbatto in alcuni brani musicali interpretati da Tognazzi: con mia straordinaria sorpresa scopro una canzone che parte con funky un poco blando fra il (sof)friggere di una puntina e la voce assai black di Tognazzi…
Maionese è un ricettacolo di doppi sensi che racchiude in poco spazio la visione romantica e iscindibile che lega la cucina e la sensualità. Tognazzi è straordinario nel prendersi in giro e nel giocare il ruolo innocente e indecente (appunto) del cuoco seduttore! ma non sfugga il refrain alquanto veritiero: perché la maionese è irresistibile / la voglio sempre in tavola / è la cosa che mi piace di più!
grazie Ugo, buona appetito!
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DMCA
in data 26 ottobre 2009 ricevo una comunicazione da parte dello staff di WordPress relativa ad un mio post di qualche giorno addietro: Yoñlu (fra) Dylan (e) Cohen! mi avvertono di una notifica di violazione sul copyright a loro giunta da parte della DMCA! post classificato come privato e a tutti gli effetti bloccato, blog inabilitato a qualsiasi tipo di editazione e richiesta di comunicazione immediata con lo staff direttivo di WordPress!
sulle prime non ho ben capito se dovevo essere spaventato oppure orgoglioso di tanto interesse! poi ho capito dove stava il problema: in quel post erano (volutamente) linkati gli indirizzi per scaricare i tre dischi in questione (fra i quali l’ultimo di Dylan). una rapida esplorazione fra rete e fonti mi ha permesso di capire che era proprio la strenna natalizia del menestrello di Duluth l’oggetto che aveva attratto tanto interesse (e astio iracondo)! un paio di mail cordiali con lo staff di WordPress e la promessa (a mo’ di scolaro riammesso a scuola dopo una sospensione) di cancellazione di quel post!
se qualcuno si stesse chiedendo per cosa stia l’acronimo DMCA glielo svelo subito: Digital Millennium Copyright Act! senza rispolverare qui questioni già discusse in passato ho educatamente obbedito e mi è però soggiunto un pensiero buffo: proprio Dylan vo’ dicendomi! quello di The Times They Are A-Changin’! evidentemente i tempi non sono ancora maturi affinchè questi signori possano capire che vanno combattendo una battaglia che loro stessi hanno voluto perdere! vabbè… ma siccome le mie parole sono ben più importanti delle loro censure ho deciso di ricopiare diligentemente quel post (in questo): omettendo naturalmente quei link incriminati, va da sè, ma se qualcuno volesse sapere di quali link si trattava è bastante che mi scriva alla mail qui a fianco!
Yoñlu (fra) Dylan (e) Cohen
la casualità nasconde sempre un mistero! non credendo alla casistica o al fato, a indistruttibili tesi devozionali o monoteismi di ogni sorta, mi rifugio solitamente nel labile raziocinio e tento di tirarci fuori uno straccio di senso, buono per l’istante e friabile al corso degli eventi! ne nascono tesi bizzarre e pressoché inutili dietro le quali costruisco una scuola di pensiero che non avrà discepoli o seguaci.
di questo ragionavo proprio mentre mi vedo giungere contemporaneamente tre dischi, nel medesimo spazio di un pomeriggio di uno stesso giorno. casualità o chissà che altro? i pensieri si aggrovigliano agli ascolti, i motivi nascosti dietro in fila indiana e punti interrogativi ed ipotesi a germogliare come verze! che ci farà mai l’esistenza interrotta e gracile di un ragazzino brasiliano nel bel mezzo delle rughe e dei brontolìi di due dinosauri della canzone? una geometria spuria, un podio senza gradini, un triangolo scaleno?
Yoñlu è il nickname che scelse Vinicius Gageiro Marques per intraprendere il suo cammino dentro una rete globale che si è rivelata principio e definitiva cristallizazione della sua esistenza in divenire. la sua vicenda, tanto tragica quanto metaforica, rappresenta probabilmente il primo caso di partenogenesi della rete. un talento geniale e sapiente che dalla rete ha ricevuto tanto quanto le ha donato, esistendo in essa e ad essa affidando ogni afflato di creazione e memoria. Porto Alegre la sua città, il Brasile la sua culla. multistrumentista e poliglotta, la scaltrezza di un hacker e il gusto splendido e acerbo dell’adolescenza. tracce casalinghe registrate e gettate in rete, ballate, pasticci tropicalisti, rumorismi e una voce già adulta e conscia. non sarà difficile riconoscere affinità e passioni del ragazzo e neppure stupirsi della sua matura manualità con la materia musicale. David Byrne e la sua Luaka Bop avranno di certo annusato la parentela che lega questo virgulto del genio sudamericano con le attitudini dell’etichetta: è nato così A Society in Which No Tear Is Shed Is Inconceivably Mediocre (un plauso al titolo), insieme debutto e definitiva eredità di una genialità fotografata nel suo gesto primigenio!
chissà come e perché questo giovanotto arriva dalle mie parti assieme a due palafrenieri della canzone? quale il nesso?
Leonard Cohen e Bob Dylan come numi tutelari o come parabole compiute di quel talento di cui Yoñlu ha incarnato solo il principio? testimoni ed esempio fulgido di cosa sarebbe potuto essere…
nel 1970 all’Isola di Wight, Cohen aveva barba e capelli incolti, un’impermeabile blasè da esploratore di savane metropolitane e l’attitudine freak che in quel tempo contagiò chiunque. svogliato e malinconico anche l’approccio fra preghiere e prese di coscienza, pronto a sfottere se stesso e il pubblico. sentimentalismi da amore cosmico e ensemble musicale da comune aperta: ma più che l’età adulta (36 allora) furono le sue canzoni a stagliarlo netto nel contrasto con la scena che lo circondava. canzoni di una solidità marmorea che con il senno di allora sono giunte fino a questo 2009 e ancora altra strada hanno di fronte. il disco, acustico e bellissimo, è l’ennesimo breviario di medesime preghiere, conosciute e mandate a memoria, eppure splendide e straordinarie a collocarsi in un luogo dove forse il tempo non ha più diritto di legislazione.
Cohen che giunge da un lontano 1970, Dylan che si appropria del prossimo Natale raccontando dei suoi precedenti ed il piccolo Yoñlu che decide di congelare al freddo del tempo le sue fragili composizioni. assieme e nel medesimo istante del mio tempo: una casualità? o piuttosto una trinità simbolica?
Bob Dylan si nasconde dietro la benificenza per gratificare un suo sogno inconfessabile: cantare le canzoni che ha ascoltato nell’infanzia dei suoi Natali! ricantarle con i campanelli, i cori e tutta la melensaggine che di solito le accompagnano, ma attenzione: questo è Bob Dylan! è pur sempre il testardo bastian contrario, quello pronto a fare esattamente ciò che non ci si aspetta da lui: e allora eccolo riprendere 15 classici di Santa Claus e sporcare il candore della neve con la sua voce e la sua andatura sghemba. Christmas In The Heart è esattamente ciò dovrebbe essere: canzoni natalizie, tutto qui! le critiche ed i delatori faticano un poco a farsi ascoltare… è di pochi mesi fa l’ultimo disco di Dylan e non mi pare si possa discutere: perchè dunque pretendere da questa ennesima strenne che ci venga raccontato qualcosa del Natale che in realtà non esiste! ciò che esiste è la trita tradizione, e la tradizione ha quel suono e quell’apparato caramelloso irrinunciabile: ma a ben auscultre (a parer mio) vi sono pure felici intuizioni e gradevoli pensate sul piano degli arrangiamenti!
ammessa dunque la lodevole causa che va a sostenere, ammesso pure che non vi era esatta necessita di un’ennesima raccolta natalizia e dato per assodato che ogni disco di Dylan da qui a venire sarà da prendere come manna: sommando l’ordine di questi fattori mi rallegro per questo disco e mi allieto all’idea che non si finisce mai di sorprendersi e di fallare (come fa Dylan amrevolmente).
Yoñlu (fra) Dylan (e) Cohen: mi scervello per risolvere la sciarada della casualità, e nel mentro ci ragiono, me ne rallegro e la chiamo epifania. se qualcuno ha altre idee son pronto ad ascoltare…
Filed under: 2009 | 12 Comments
Alèmu Aga The Harp of King David
in una futile e possibile classificazione delle genti di questo mondo si potrebbe giungere a dire che da una parte stiano coloro che, fortunati e in procinto di letizia, non conoscono la collana discografica Ethiopiques, e dall’altra, adepti e beati, coloro che si deliziano al suono di cotanta meraviglia. giocosa provocazione questa, utile solo a determinare la mia posizione assai più vicina ai secondi, ma incompleta e parziale per mancanza di tutti i necessari 23 (tanti i volumi della raccolta) comandamenti!
ed è proprio l’undicesimo che mi mancava! 11: numero primo e palindromo, numero in fuga verso l’alto e gemello per partenogesi. 11 come il numero del volume che Francis Falceto (e la sua Buda Musique) hanno voluto dedicare completamente ad uno strumento più vecchio del mondo e al suo interprete più autorevole!
éthiopiques 11 Alèmu Aga The Harp of King David è giunto come un’epifania nella mia vita; a tarda notte e per mano di un amico che conosce i miei chakra musicali. protagonista di questo disco è il suono e la rivelazione dello strumento che prende il nome di bèguèna (o begena) e la maestrìa con cui Alèmu Aga ne tocca le corde e si accompagna con il canto.
strumento antichissimo la cui storia si perde nel tempo e nella leggenda: più propriamente un liuto conosciuto con il nome di arpa del Re David, dal nome di quel David (quello contro Golia) che la pizzicava per curare l’insonnia del suo mentore Saul. di certo è riconosciuto come lo strumento più vecchio d’Etiopia: legno per il telaio, budello per le corde e pelo di bestia per foderarlo! gli stessi materiali che ci si poteva procurare 3000 anni addietro, tanti infatti ne conta l’anzianità di questo patriarca musicale nella terra patriarcale della civiltà, quel corno d’Africa che fu culla e principio.
la rivelazione, ancor più che dal blasone, giunge dall’ascolto. un suono primordiale, scarnificato ed essenziale in bilico fra limitata melodia e abbozzi armonici. cinque sole le corde pizzicate con la mano sinistra, cinque corde senza intonazione che producono un suono basso e ventrale accompagnato dal buzz (leggera distorsione, vibrazione) tipico dello strumento. memoria ancestrale di una perpetuazione vibrata nel tempo: un tempo che di fronte a questa immutabilità appare fermo e medesimo, dopo 3000 anni.
ad accompagnare questo suono la voce del maestro Alèmu Aga. voce intima e introflessa, al ritmo di respiro, idonea a salmodiare delle preghiere o delle meditazioni sulla futilità della vita o sull’ineluttabilità della morte. la lingua amarica ha le rotondità e le asperità del mondo, dolcezza e rudezza assieme. lingua calda per narrare e pregare, cantare e meditare.
Alèqa Tèssèmma Wèldè-Emmanuel, maestro di Alèmu Aga, morì il 23 ottobre 1992 alla veneranda età di 109 anni. non so quale fosse il segreto della sua longevità, ma di certo quest’ultima lo ha apparentato in qualche modo allo strumento di cui si fece portatore di sapienza. mi auguro produca gli stessi effetti anche sugli auditori.
di certo il suono di questo disco è ipnotico e taumaturgico, una farmacopea spirituale d’antica sapienza, una litania che ciascuno apparecchierà con il proprio credo o con i propri pensieri. oppure, facendo nostro l’intento primario di Davide, che di giganti e sonni elefanti si occupava, potremmo lasciarci condurre nel sonno e nel suo mondo da questo balsamo che assomiglia ad una vera ninna nanna per adulti! mi sono sbilanciato oltremodo in facilonerie o scempiaggini da occidentale incapace di abbracciare a pieno il mistero di un suono lontano nel tempo e nello spazio. me ne scuso di certo! me ne scuso ma consiglio l’ascolto di questa epifania, ciascuno poi saprà farne l’uso più consono alle proprie attitudini.
Filed under: Vita Nova | 4 Comments
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