Trashsound Ordinato
la domanda esistenziale sottesa al mio blog (ma penso che in fondo li riguardi un po’ tutti) è pur sempre la stessa. e riguarda il perché della sua esistenza. della sua sopravvivenza e del suo futuro. probabilmente questioni capziose, ma è bene porsele.
per sua stessa natura spuria e ibrida, il blog, il mio, assume via via forma di diario, block notes e quaderno d’appunti. a volte è bacheca o semplicemente monitor. è stato sede di annotazioni e di recensioni. ricettario o epistolario. ma la domanda permane, silenziosa ed insistente. e la risposta non è meno incerta o imperfetta.
ma ci sono giorni, come l’altro ieri, che vado fiero di questo piccolo spazio siliceo e impalpabile. giorni in cui tutto pare avere un seppur piccolo significato. giorni in cui, grazie a lui (codesto blog), ho ricevuto questa mail.
ciao marco sono gabri/got
ho scoperto il tuo blog; molto bello.mi permetto di mandarti il link al sito dove ci sono le mie musiche.
www.geocities.com/trashsound
a presto.
gabri/got in realtà nasconde l’identità di Gabriele “Got” Gotini, un vecchio amico con il quale condivido una nostra piccola storia (che magari un giorno racconterò), un musicista, un “collega” (se il nostro datore di lavoro è ancora lo stesso). in qualche modo un piccolo pezzo delle nostre vite lasciato in sospeso e smarrito per diramazioni geografiche, distanze o per quegli strambi tragitti che ci fanno percorrere le nostre esistenze. e che sia questo mio blog ha procurare un inatteso incontro mi rende fiero, e felice, e sorpreso.
sapevo di un’urgenza creativa di Got che non si sarebbe potuta spegnere, sapevo di sue frequantazioni artistiche tramite resoconti di amicizie condivise e sapevo anche che ci saremmo incontrati di nuovo.

Trashsound. questo il nome del suo progetto. e allo stesso sito da lui indicato rimando per ulteriori informazioni. www.geocities.com/trashsound.dove scopro che è possibile il download del suo ultimo lavoro ORDINATO, che ho ascoltato e sto ascoltando mentre scrivo. dove scopro che il suo primo lavoro con questo progetto risale al 2000 e che non solo di musica si sta parlando. ma di grafica, di libri (viva Tonino Guerra!) e di fotografia. e di Comaneci (cari amici comuni) con i quali ha condiviso un progetto e dei quali parlai quaggiù.
ascolto incuriosito ancora una volta e rimango colpito dalla chincaglieria sonora e dai disturbi subacquei. dal gusto per il patchwork (cut-up?) ambientale e per un innato amore per il modernariato sonoro. Suono O, Beat e la bossa di Danaide (complimenti) sono divertimento e gusto assieme. Beblack mi ricorda l’universo stralunato di Moondog. Sand è l’allunaggio siderale visto in controluce, prima della pedata sulla rena lunare. Gramm è notturna, dilatata e slabbrata, onirica quanto basta.
e magari non dovrei permettermi di addentrarmi così in un universo un poco sconosciuto e per sua natura alieno. mi piacerebbe fosse Got a farlo, se vorrà. mi limiterò ad indicare lo Studio Canali come fucina e bambagio dove questo progetto è potuto germogliare e la Cervello Meccanico Records che ne ha permesso incisione, produzione(?) e distribuzione.
a presto Got…
non ho mai creduto ad una possibile “stagionalità” della musica! al disco per l’estate, a melancolie da appiccicare all’autunno o a canti alpini per salutare la neve cadente. ma credo sia la seconda volta che mi capita (o forse la terza!) di scoprire dischi in coincidenza di una tarda primavera fiorita, di giornate di luce che si allungano e di lentezze incombenti che fanno rilasciare i corpi trattenuti dall’inverno.
e in questi dischi ritrovare una “sospettosa” attinenza con il clima e i colori circostanti, come Correspondences di baudelairiana memoria.
un paio d’anni or sono fu la volta dei The Gentleman Losers dalla Finlandia con un disco omonimo che non ha ancora smesso di frequentare i mei ascolti (attendo seguiti e futuri sviluppi ma dal grande nord pare non giungano notizie). disco assolutamente consigliato per chi lo avesse perso. (myspace)
l’anno scorso feci la scoperta, in questo stesso periodo, delle delizie elettroacustiche di Bexar Bexar. parlai di lui e una sua rapida apparizione all’Hana-bi fu solamente un breve antipasto di una cena che avremmo voluto consumare per intero. Tropism resta anch’esso un disco imprescindibile. (myspace)

penso che quest’anno la primavera sarà occupata da Ljudbilden & Piloten. ragione sociale multipla dietro a quale si nasconde in realtà il solo Kristofer Ström con domicilio fiscale a Malmö (Svezia). trombettista, polistrumentista, grafico, appassionato d’animazione e chi più ne ha… il suo disco d’esordio One hundred fifty-five per Nosodro è sinceramente e caldamente suggerito. lo presenta lui stesso assieme a Rikard Heberling (che ne ha curato il design) nel breve spazio di 30 secondi!
naturalmente c’è un sito, che rimanda gentilmente ad un blog e che fa da eco ad un doveroso myspace al quale affiancare l’inevitabile youtube.
e dunque altissima esposizione mediatica che rischia di appannare un poco un disco che non necessita invece di molto di più di un ascolto attento e lascivo, come lo è la pelle al sole o certi crepuscoli di maggio che tardano a svanire.
disco interamente suonato in solitudine, pensato nello spazio di due anni e realizzato senza apparenti urgenze e con quella beata imprudenza che conservano gli esordi. disco che è possibile ascoltare a spizzichi e bocconi mentre fa da sottofondo ai tanti video (peraltro bellissimi) presenti su myspace, ma che io invece consiglierei di gustare in uno spazio aperto, in una spiaggia, nel tempo di un tardo pomeriggio primaverile.
disco piccolo eppure schietto e sincero. e divertente, irriverente. lento e rallentato. acustico come il preludio ad un’estate che è già alle porte.
PEHDTSCKJMBA
“mi ero sempre detto che avrei voluto vedere Cohen e Waits dal vivo, a qualsiasi cifra e in qualsiasi luogo umanamente raggiungibile.”
mi si conceda di autocitarmi. esattamente così come sbottai nei commenti al mio post precedente scritto sull’onda dell’entusiasmo per la notizia di Leonard Cohen in Italia.
e se da brav’uomo di mezza età voglio tenere fede a promesse fattemi e a buoni propositi sospinti da altrettanto spirito, bene, credo sia il caso di tenere le orecchie aperte e la carta di credito in mano perché lo stesso Waits pare annunciare quanto non osavo neppure immaginare…
4 minuti scarsi di esilarante bellezza per annunciare il “Glitter And Doom” Tour. per ora solo date americane ma una gita autunnale nel vecchio continente pare probabile. al momento non intuisco o comprendo un probabile (o possibile) nuovo disco, ma, vedendomi impossibilitato a volare negli states, non mancherò di tenere d’occhio questi siti.
www.tomwaits.com
www.anti.com
www.tomwaitslibrary.com (sito imprescindibile per completezza e devozione)
stay tuned!

ancora di Genova
Chi guarda Genova sappia che Genova
si vede solo dal mare
quindi non stia lì ad aspettare
di vedere qualcosa di meglio, qualcosa di più.
(da “Chi guarda Genova” Ivano Fossati)
mi sarei dovuto fidare delle parole di un genovese, eppure il naso e lo sguardo tiravano altrove, a rimirare incuriosito, come a cercare di vedere e di capire.
ancora di Genova. ritorno con il pensiero a Genova perché come in quei sogni che lasciano confusi al mattino, a me restano alcune parole da dire, note da appuntare. da ricordare. e dunque faccio uso privato ed improprio del mio blog (me lo concedo), e annoto. sottolineo.
ho ritrovato sul mio taccuino due parole: Caproni - Castelletto
riguardano quella piccola iscrizione all’ingresso della galleria che da Piazza Portello porta all’ascensore di Castelletto, da dove ho abbracciato con lo sguardo la più parte di una Genova ventosa. è forse da quel punto che pare poter rubare “qualcosa di meglio, qualcosa di più”, oltre la vertigine rovesciata dei caruggi e il caotico del porto che si confonde fra mare ed intestini della città vecchia.
Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto..
Giorgio Caproni è nato a Livorno ma nella città ligure visse gli anni dell’infanzia e della giovinezza. le poche righe di quella targa fanno parte di una poesie più ampia che porta il titolo L’ascensore dalla raccolta Il paesaggio di Enea (Firenze, 1956).

non conoscevo questa poesia e neppure quella contenuta in un volume che mi è “caduto” in mano precipitando dalla libreria di Alice. non le chiamo più da tempo coincidenze.
Litanìa è contenuta nella raccolta Il seme del piangere (Milano, 1959). mi dicono essere troppo “lunga” per la logica essenziale di un blog, per la facilità di lettura, l’agilità o qualsivoglia sciocco comfort che ha a che fare con questi tempi che inghiottono e distruggono. la poesia se ne infischia. e francamente anch’io, perché nelle parole di Caproni c’è la Genova che mi è parso di annusare e che su questo spazio (che si diceva essere mio) voglio annotare.
Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova in solitudine,
straducole, ebrietudine.Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d’aerei fatti,
Albaro, Borgoratti.Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un’osteria.Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.Genova d’uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova in banchina,
transatlantico, trina.Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino.Genova di torri bianche.
Di lucri. Di palanche.
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d’Oregina,
lamiera, vento, brina.Genova nome barbaro.
Campana. Montale, Sbarbaro.
Genova dei casamenti
lunghi, miei tormenti.Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.Genova di tramontana.
Di tanfo. Sottana.
Genova d’acquamarina,
area, turchina.Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Triglia.
Genova d’aglio e di rose,
di Pré, di Fontane Masrose.Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell’Acquasola,
dolcissima, usignuola.Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d’Aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch’è tutto dire,
sospiro da non finire.Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d’ascensore,
paterna, stretta al cuore.Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d’angelo e di puttana.Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d’urti da non scordare.Genova di “Paolo & Lele”.
Di scogli. Furibondo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l’amore s’impara.Genova di caserma.
Di latteria. Di sperma.
Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.Genova d’argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.Genova di grige mura.
Distretto. La paura.
Genova dell’entroterra,
sassi rossi, la guerra.Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.Genova che si riscatta.
Tettoia. Azzurro. Latta.
Genova sempre umana,
presente, partigiana.Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.Genova sempre nuova.
Vita che si ritrova.
Genova lunga e lontana,
patria della mia Silvana.Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante.
Genova mio domicilio,
dove m’è nato Attilio.Genova dell’Acquaverde.
Mio padre che vi si perde.
Genova di singhiozzi,
mia madre, Via Bernardo Strozzi.Genova di lamenti.
Enea. Bombardamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
Partenza senza ritorno.Genova di tutta la vita.
Mia litania infinita.
Genova di stocafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima.
appunti di inizio Maggio

ancora appunti. molti appunti. spunti e appunti.
di ritorno da un viaggio si è solitamente pieni di appunti e per non tradirne nessuno li tratterò tutti alla pari, elencandoli, riservandomi eventualmente di addentrarmi più approfonditamente in ciascuno di essi.
Marsiglia è Marsiglia cantava l’avvocato astigiano, e come contraddirlo!
è una città che continuo a conoscere un poco di più, a poco a poco e un pezzetto per volta. città contradditoria per estrazione sociale e pensiero politico. miscuglio e luce abbacinante di mediterraneo splendente. mi sono concesso (mi hanno regalato per la verità) il concerto di Nick Cave a Le Docks Du Sud sul fronte del porto. che dire a Diego che ha già un biglietto in tasca per il suo tour italiano? cosa rispondergli a lui che vuole sapere? che l’australiano è arrivato ad un suo personale capolinea fatto di rock un poco stantio e stempiato. che Warren Ellis è al suo fianco come un barbuto Mefistofele a suggerirgli di passare altrove, di vendere quell’anima maledetta ad altre maledizioni. lo preferirei davvero altrove, lontano dall’elettricità e da un rock defunto. rock funeral, my trail! faccio mio un acuto ragionamento di mr.crown che sottoscrivo e controfirmo. in definitiva Nick Cave è da vedere. ma anche no!
ho ascoltato radio francesi (in particolare TSF che amo e di cui già parlai) e da queste ho appreso due notizie che non avrei voluto proprio. Roma sarà governata da un neofascista (i francesi possono chiamare le cose con il loro nome, senza ipocrisie) e questo è segno inequivocabile di deriva, di ripa discoscesa e degrado. come sette nani (tutti uguali e con i rialzi nei tacchi) sui sette colli.
ma soprattutto (e questo mi rattrista e mi commuove un po’) apprendere della scomparsa di Jimmy Giuffre. di lui riparlerò. doverosamente. come di una delle figure del jazz a me più cara. bye bye flyin’ bird!

ho vista Nizza che fu italiana e garibaldina e che i francesi hanno fatto splendere di pomata, pettine e brillantina. lussuriosa e vacanzeggiante, dal profumo di ‘900 e splendori di belle epoque. fintamente intrigante nel suo ventre “vecchio” oramai ripieno di turisti e chinese shop! ma bella e marittima e circondata da una costa azzurra profumata e impressionista. dai colli verso il mare le vigne azzimate cedono il passo alla macchia mediterranea e il rifugio che fu di pittori ed artisti rimbalza agli occhi in uno splendore laccato.
l’esempio più lampante di tutto ciò è una visita a La Fondation Marguerite et Aimé Maeght sui colli di St.Paul. Giacometti, Chagall, Braque, Mirò e Léger preservati e accoccolati fra pini e meraviglie architettoniche valgono un’arrampicata fin lassù.
Genova è un ventre di budella e interiora, viscere e intestini. e poi odore. tanto. tanfo, piscio e focaccia mischiato assieme. e caffè. e salsedine. Genova mescola, rimesta e pesca nel torbido. città evocata e amata. immaginata ancor prima di giungervi e per questo sorprendente nel restituire distorte visioni.
c’è un museo di Luzzati che non andrebbe perduto. ci sono volti e sagome medievali, miscuglio di genti e un’arsura che rimbalza fra i caruggi. mi ero messo in testa di volerla raccontare ma vedo che scivolo indietro senza riuscire ad afferrrare un bel niente.
lascio a chi meglio di me si è provato a raccontare una città. guardandola dal mare, stupendosi di una faccia un po’ così o cantandone un dialetto.
io mi porto via una storia buffa di pedinamento, storia di un mio passato, alla ricerca di una vecchia amicizia perduta nei meandri della città. ho cercato. ho quasi trovato. questa foto qui sotto potrebbe essere un’indizio…
la racconterò.
ripartirò.
appunti di fine Aprile
siccome me ne parto per qualche giorno mi appunto alcune cose che avrebbero meritato qualche parola di più, ma che hanno trovato, ahimè, un poco di tempo in meno.
me ne parto ad onorare le due festività nazionali alle quali sono inevitabilmente legato fuori dal belpaese, con il quale ho litigato, che mi ha voltato il culo, spernacchiando e romanamente salutando.
questo blog non avrebbe intenzione di ospitare politica e brutture. il tempo è prezioso, la noia dietro l’angolo. proverò ad essere bre…
oltrepasserò il confine dalla parte di ponente, oltre Ventimiglia per vedere se da laggiù tutto ciò che è accaduto in questo aprile mi sembrerà un po’ meno terribile. sono stato indeciso fino all’ultimo se andare o meno a votare per assenza di stimoli, per vacuità rappresentativa, per inutilità diffusa. poi ha vinto la storia, hanno vinto le lettere dei condannati a morte, i partigiani e mio nonno che mi avrebbe dato un calcio in culo. ma nessuno che meritasse una mia crocetta. e infatti ho votato ma non sarò rappresentato, me ne starò dalla parte extraparlamentare, dalla parte della mano con cui si scrive. ed io sono mancino!
ma un ragionamento mi sia concesso. il 50% ha deciso che sarà la peggior destra di sempre a governare. un italiano su due. la statistica è cosa seria. per cui chiunque mi troverò di fronte è uno di quei due italiani. l’altro sono io. e io so per chi ho votato!
finito… parliamo di cose serie. almeno credo.
Tindersticks The Hungry Saw
5 anni di silenzio ed ecco tornare uno dei miei gruppi. di quelli che ho amato. lo sto ascoltando da poco. partirà in viaggio con me. faremo conoscenza. mi sembra “un bel disco dei Tindersticks”. no so se mi spiego.
mi porto un paio di libri. Fela Kuti Lotta Continua di Mabinuori Kayode Idowu perchè se l’Africa della musica sarà (e presto o tardi sarà), dai testi sacri e dai suoi profeti è bene partire. e poi Il gioco della vita. La storia di Bohumil Hrabal di Aleksander Kaczorowski perchè l’incontro con Jiří Menzel ha riacceso una vecchio passione.
e poi darei un premio simbolico o un plauso assordante e rumoroso al lavoro che stanno meticolosamente portando avanti alla Dust to Digital. seguitene le orme. non ve ne pentirete. musica sprofondata nel secolo scorso che sorprende per meraviglia e modernità.
mi abbonerò per un anno a Songlines perché è al mondo che appartengo, e alla sua musica che mi delizio. sfogliai qualche tempo addietro un numero della rivista e mi parve molto più che interessante. è giunto il tempo di passare ai fatti. la fine di aprile porterà l’inizio del maggio, ed il maggio odoroso un paio di concerti pressochè imprescindibili. Toumani Diabaté a Sermoneta e Bill Callahan al Bronson. imperdibili. e se ne ripalerà.
dopo Jean Luc Godard e Hal Ashby un altro grande regista si è cimentatato nel riprendere in funzione la più grande e longeva r’n'r band in circolazione. Martin Scorsese. ho appena visto Shine a Light…
grandioso. da tempo non ridevo così divertito. sono da tempo convinto nel mio ateismo costretto e sospinto. dio non esiste. il diavolo sì. e ha la faccia terribile e ghignante di Keith Richards. lunga vita ai Rolling Stones.
parto. parto sempre e non torno mai. siate felici…
Jiří Menzel
davvero non mi sarei mai aspettato di poter incontrare Jiří Menzel. cose che capitano, si potrebbe dire! ed invece io certe occasioni le interpreto sempre come segnali di un disegno più grande, del quale non capirò al fine il senso, ma che continuerò a seguire segugio e curioso.
di questo incontro debbo essere grato agli organizzatori del Mosaico d’Europa Film Fest che hanno voluto introdurre all’interno della rassegna un’evento speciale dedicato al regista boemo. e soprattutto di averlo invitato personalmente per consegnargli un premio onorario (presumo alla carriera). i tre film proiettati e la vicenda del regista sono puntualmente tratteggiati nel sito del festival (cliccando “Evento Speciale Jiří Menzel” su questa pagina) e a quelli rimando per saperne eventualmente di più.
per me Jiří Menzel, se ben ci penso, rappresenta l’amico di Bohumil Hrabal, rappresenta il regista che ha coraggiosamente portato al cinema (collaborando con l’autore) la visionarietà popolare e il sarcasmo imperdibile di quello che non potrei che definire…”il mio scrittore preferito!“.
di Hrabal cominciai a parlare più o meno un anno or sono e ancora non avevo trovato il passo e la misura giusta per proseguire un discorso interrotto. avevo stabilito una “prima parte” che presupponeva una seconda. di certo ce ne sarà una terza. Hrabal che cercai a Praga per ben due volte senza fortuna. Hrabal al quale avrei voluto semplicemente stringere la mano. è davvero curioso adesso poterla stringerla a Menzel.
Jiří Menzel (di spalle) con Bohumil Hrabal
Jiří Menzel in piedi sulla moquette di una multisala con quel fisico asciutto, un completo fuori moda e lo sguardo sornione di chi vorrebbe essere altrove. risponde composto a domande un po’ banali con quella lingua che suona dolce e ostica al medesimo tempo. ricorda il tempo passato e dispensa battute e deragliamenti di senso nella più classica attitudine dell’ironia praghese.
vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1967 con Ostře sledované vlaky (Treni strettamente sorvegliati) e di quel film non è possibile dimenticare la scena dei timbri scritta da Hrabal e immaginata dal regista.
e poi Skřivánci na niti (Allodole sul filo) che subì l’ostracismo del regime sovietico che congelò il film nel 1969 per vederlo riemergere, a muro caduto, al Festival di Berlino del 1990, fino a giungere alla proiezione dell’ultimo film realizzato Obsluhoval jsem anglického krále (Ho servito il Re d’Inghilterra) realizzato sul romanzo hrabaliano e orfano oramai della collaborazione dello stesso scrittore.
ad assistere a quest’ultima proiezione e al conferimento del premio era presente in sala anche Sergio Corduas, traduttore e amico di Hrabal, già allievo del grande Angelo Maria Ripellino (il suo Praga Magica è uno dei più grandi gesti d’amore verso la città boema) e curatore delle opere complete dello scrittore.
è stato emozionante sentirlo parlare di un’amicizia, di una possibile tracciabilità di una poetica sghemba e per sua stessa natura imprendibile, di un traduzione della parola Pábitelé (titolo di un romanzo del 1964) con il termine “stramparlone“, a definire l’esagerazione per eccesso di parole, di alcool e di immaginazione.
in una intervista del 1982 Corduas chiese a Hrabal di tentare di dare una definizione di questo humor praghese che pare sottenda tutta la sua opera, e che, in definitiva, direi assomigli a quella stessa attitudine deviante e sardonica che Menzel porta stampata in volto e che proietta nei suoi film.
Hrabal rispose…
E’ la malinconia di una costruzione eterna, è un gioco apparentemente infantile, folle e stupido in senso superiore, è la vana lotta per l’uomo e per la sua visione del mondo che lo circonda, è la lotta dell’hominismo contro l’umanesimo formale e convenzionale, una battaglia contro una felicitante teoria dello stato e contro l’apparato burocratico. Naturalmente è anche coscienza della vanità di tale lotta. Perciò quel sorriso storto e il grottesco, che con una profonda sonda verticale tocca la musica delle sfere e quasi la santa beatitudine.
ritorno un poco indietro nel tempo.
ad una discussione tanto animata quanto fintamente belligerante per la vaghezza stessa del contendere. una di quelle diatribe artamente costituite e destinate a spegnersi per loro stessa vacuità.
avevo visto Caetano Veloso a Milano e mi concedevo alcune righe su questo stesso blog.
un professionista seminatore di zizzanie spronò alice a manifestare la sua sacrosanta preferenza per Chico Buarque De Hollanda e aizzando una contrapposizione fra il “suo” Chico versus il “mio” Caetano.
la discussione si sviluppò nei commenti e invece di raccogliere tempesta seminando vento si preferì, come è bene che sia, e come sanno fare persone dotate di “maraviglia”, togliere dal mezzo ostacoli e far assomigliare chi si assomiglia.
alice non aveva un blog. non è certo necessario averne uno. ma ha parole. di quelle si nutre.
di precise parole si vive, di canto e discanto, accidenti, ritmi della terra e fasi della luna, di incerto movimento. di oscure canzoni e intelligenze, di come fare, di come dire, di discorsi leggeri e di ballo sociale come in quella canzone di Ivano Fossati.
così, se un giorno per caso ci si chiedesse cosa si stia combinando, una delle possibili risposte potrebbe anche essere: ho un blog!
: in maraviglia;
questo è il blog (neonato) di alice. e a lei lascio spiegare il perché di un battesimo.
per me tengo il piacere della presentazione e lo squisito privato della lettura.
lo seguirò. come i cani respirando dal naso.
restando nei paraggi.
Giulio Mario Rampelli è uomo di parola.
pochi giorni addietro mi aveva contattato privatamente per segnalarmi il suo sforzo per organizzare questa data italiana per Toumani Diabatè. a quanto pare è riuscito nell’intento. lui, assieme a Maurizio Ribichini con il quale cura il blog T.P. Africa di cui ho parlato da poco. sarà bene ringraziare loro, l’Associazione Suono Parola Immagine e l’ufficio stampa di Mojo Station. e non ultimo gli organizzatori del Maggio Sermonetano. a questi indirizzi consiglio di rimanere sintonizzati per futuri e più appropriati aggiornamenti.
del disco ho e soprattutto hanno già detto molto. un delicato e prezioso miracolo musicale del nostro tempo. io cercherò con tutte le mie forze di essere presente all’evento anche se altri appuntamenti e distanze mi scagliano contro vicissitudini avverse. ma non è ancora detta l’ultima parola.
l’appuntamento resta imperdibile.
27 Luglio 2008
Domenica. il 27 Luglio 2008 sarà una Domenica.
io sarò a Lucca. fato permettendo, naturalmente…
ho appena scoperto casualmente (sono più propenso a credere che la notizia abbia cercato me) una di quelle novelle che tutta una vita allietano.

Leonard Cohen dal vivo.
Leonard Cohen dal vivo a Lucca.
scrivo mentre mi compiaccio e traballo al solo pensiero. il tour partirà l’11 maggio da Fredericton, NB, Canada e terminerà a Ledbury, UK, il 3 agosto. la maggior parte delle date è già (ovviamente) sold out.
io mi affretto.
chi vuol giocare metta un dito qui sotto….








